La sfida di Obama contro i nemici del «cambiamento»

Da elemento centrale del programma di governo a fattore totalizzante che sta definendo – e in una luce tutt’ altro che positiva – la sua presidenza. La riforma sanitaria per Obama non è più solo una sfida politica: è l’ ossessione che lo ha spinto nelle ultime cinque settimane, da quando è partita la grande controffensiva Nato in Afghanistan, a non pronunciare mai, in ben 39 discorsi, i nomi dei luoghi del massiccio attacco americano, parole come «talebano» e «Pakistan», a non citare le tensioni con Israele per gli insediamenti a Gerusalemme Est né la questione del processo ai terroristi nelle mani della giustizia Usa mentre, ha calcolato il New York Times, il presidente nelle sue esternazioni ha usato per ben 800 volte i termini «sanità» e «assicurazioni». Per questo la giornata di oggi, col voto della Camera sulla riforma, è una specie di «giorno del giudizio» per Obama.

Continua a leggere marzo 21, 2010 at 2:05 pm Lascia un commento

Sarkozy, i partiti francesi e l’astensione

da www.corriere.it (Massimo Nava)
Nicolas Sarkozy rischia di essere questa sera un presidente dimezzato, deprivato del consenso per proseguire il programma di riforme e per puntare alla rielezione nel 2012. Il partito del non voto (53,6%) è il vero arbitro del secondo turno delle regionali francesi, ma è anche la radiografia di un sostegno dilapidato nei primi due anni e mezzo di legislatura. La grande maggioranza dei venti milioni che domenica scorsa sono rimasti a casa è infatti costituita da elettori del presidente, ovvero dalle categorie – giovani, anziani, ceti popolari, provincia tradizionale, imprenditori, agricoltori – che nel 2007 lo avevano portato in trionfo all’ Eliseo. A questa emorragia si aggiungono i milioni di elettori delusi che sono tornati a simpatizzare per il Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen. (..) Il 20% degli elettori di Sarkozy domenica scorsa hanno votato a sinistra. Per scongiurare l’ alternanza nel 2012, Sarkozy dovrà inventare la quadratura del cerchio: fare i conti con la crisi economica e il malcontento sociale, rendere leggibili le riforme, «tenere insieme» i vari pezzi della società senza scivolare nell’ immobilismo consensuale del suo predecessore Jacques Chirac. In questi giorni, il presidente e gli uomini della destra hanno alzato i toni, soprattutto sul tema della sicurezza, nella speranza di convincere gli elettori a tornare alle urne. (…) Non essendo prevedibile un ribaltamento rispetto al primo turno, il risultato di questa sera avrà dunque soprattutto un significato politico. Per il presidente, ma anche per le speranze della sinistra di costruire l’ alternanza. L’ alto livello di astensione ha penalizzato la destra, ma è un motivo di profonda riflessione anche per l’ opposizione. I verdi, nonostante la spinta del messaggio ecologico nell’ opinione pubblica, hanno perso mezzo milione di voti rispetto alle europee dell’ anno scorso. Il partito socialista di Martine Aubry capitalizza l’ emorragia della destra, ma non riconquista i ceti popolari, le categorie operaie e i giovani delle banlieue (dove l’ astensione ha sfiorato l’ 80%). Può essere un motivo d’ orgoglio governare tutte le Regioni, ma non è un segno di salute il potere costruito su quadri di partito e impiegati pubblici, ovvero lo zoccolo duro dei francesi che ancora credono nelle elezioni.

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marzo 21, 2010 at 2:01 pm Lascia un commento

Il cavaliere solitario

Silvio Berlusconi ha un vero, grande nemico in questa campagna elettorale: lo scoramento del suo popolo. Un misto di disincanto e di rassegnazione che, se pure non si traduce nella scelta dello schieramento avversario, alimenta una fortissima tentazione astensionista…una legge costante di questa nevrotica Seconda Repubblica: si vince solo se si trascina ai seggi il popolo riluttante che esprime con la minaccia dell’ astensione la propria disillusione. Nel 2001 il centrosinistra perse perché molti dei suoi, scontenti e sconcertati, disertarono le urne. Nel 2006 Berlusconi sfiorò una vittoria che sembrava impossibile perché nel rush finale toccò le corde giuste per mobilitare un elettorato stanco e depresso. L’ astensionismo è l’ arma più micidiale in una democrazia in cui sono rari i passaggi espliciti da un campo a quello opposto. Già Albert O. Hirshmann aveva identificato nell’ «uscita» del proprio elettorato, nella tentazione di ritirarsi e di abbandonare a se stessa una leadership deludente. Il nuovo protagonismo di Berlusconi ha lo scopo di tamponare l’ emorragia delle «uscite», ma anche le manchevolezze di un partito impacciato e afasico. Uno contro tutti, ancora una volta.

Leggi analisi completa di Pierluigi Battista (da www.corriere.it)

marzo 12, 2010 at 4:19 pm Lascia un commento

Il nuovo partito “confederale”

(…) Quando fra un anno le forze politiche cominceranno a pensare come presentarsi alle elezioni del 2013, si troveranno di fronte alla prospettiva di dover puntare più su una confederazione di leader locali che su una compatta immagine e macchina di partito nazionale. Dovranno cioè costruire la loro macchina da guerra mettendo insieme governatori regionali forti, sindaci forti, battitori liberi forti (se farà scuola il caso Bonino). Certo una figura di riferimento unitario dovranno garantirsela (a sinistra devono trovarla, e a destra forse pure) ma sarà solo una figura di marchio, brand, logo: non sarà un capo partito tradizionale; non potrà esercitare una leadership di vertice; avrà un potere più relazionale che gerarchico; gestirà un collettivo politico non un apparato organizzativo. Verosimilmente non potrà venire dall’ ormai usurato notabilato della politica e forse neppure un novello protagonista della fantomatica società civile potrebbe essere riconosciuto e legittimato da tutte le diverse periferie. Servirà solo uno che ci metta la faccia e che sconti la frustrazione di non poter essere un comandante. Sotto di lui una organizzazione più leggera che nel passato, che abbia un doppio ruolo: quello di sostenere la rete relazionale dei capi periferici, facendone il veicolo per le opportune convergenze programmatiche, nazionali e internazionali; e quello di elaborare linee di cultura collettiva (servono, anche nella generalizzata crisi delle ideologie) in cui le realtà locali possano riconoscersi. È infatti nell’ ordine delle cose che chi farà da riferimento unitario ai cacicchi locali (magari potrebbe essere addirittura uno di loro, come talvolta avviene negli Usa) abbia bisogno di non apparire troppo coinvolto dai radicamenti territoriali. Comunque è verosimile che non ci sia più spazio per la forma-partito come l’ abbiamo conosciuta in tutto il secondo dopoguerra. La sua crisi che nel 1992-93 era apparsa come una acuzie, picco di malattia da cui si poteva uscire con una conferma del modello (magari adeguatamente ridisegnato con primarie e predellini) si è rivelata il detonatore di un passaggio davvero radicale: da partito totalizzante a partito nei fatti federale. Per una delle sommerse ironie attraverso cui evolve spesso questo Paese, stiamo facendo maturare non uno Stato federale ma dei partiti confederali; e i secondi renderanno probabilmente superato il primo. Come sempre la realtà sopravanza la volontà, anche la più determinata.

Leggi l’analisi completa di Giuseppe De Rita (www.corriere.it)

febbraio 16, 2010 at 11:09 am Lascia un commento

Città e qualità della vita

L’annuale competizione fra le città italiane sulla qualità della vita, viene seguita puntualmente da due importanti quotidiani economici: Il Sole 24 Ore e Italia Oggi. I risultati del sondaggio riportati dal primo, dicono che è Trieste il luogo dove si vive meglio e Agrigento, dove la qualità della vita è ai livelli più bassi. Al penultimo posto c’è Napoli, al terzultimo Caltanissetta.

Mentre, secondo il sondaggio di Italia Oggi – basato su parametri diversi – il primato spetta a Mantova e il fanalino di cosa a Napoli, seguita subito dopo sempre da Agrigento e poi da Prato. In seconda posizione figurano Belluno e Trento.

Continua a leggere dicembre 20, 2009 at 3:31 pm Lascia un commento

Premier, più 7 punti di popolarità dopo l’aggressione

L’ attentato a Berlusconi ha avuto importanti conseguenze sullo scenario politico. Da un verso, si è assistito, anche da parte di alcuni esponenti di rilievo, ad una forte accentuazione dei toni, con accuse reciproche, talvolta anche assai violente. Dall’altro, vi è chi ha sottolineato come l’episodio di Milano costituisca un significativo segnale d’allarme, che dovrebbe indurre ad abbassare il livello dello scontro e a iniziare a lavorare concretamente per l’attuazione delle riforme di cui il Paese ha bisogno.

Continua a leggere dicembre 20, 2009 at 3:24 pm Lascia un commento

Italia: aumentano i disoccupati

Più di due milioni di disoccupati in Italia: è la prima volta dal marzo del 2004 che l’Istat rileva un numero così elevato di senza lavoro. A ottobre il tasso di disoccupazione è salito all’8% dal 7,8% di settembre. Il numero delle persone in cerca di lavoro è di 2.004.000, in aumento del 2% ( 39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% ( 236mila) su base annua. Il tasso di disoccupazione giovanile – aggiunge l’istituto di statistica – a ottobre è aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre.

Sono 14.741.000, con un aumento di 210.000 unità rispetto all’ottobre 2008, gli ‘inattivi’, che per la statistica sono i non occupati che nelle quattro settimane che precedono l’indagine non hanno effettuato neanche un’azione attiva di ricerca di lavoro (categoria ampia che include gli studenti, le casalinghe, ma anche i cosiddetti ‘scoraggiati’, cioè i disoccupati di lungo corso che ormai non cercano più lavoro perché si sono convinti che non lo troveranno). Il tasso di inattività è pari al 37,4 per cento, invariato rispetto al mese precedente e in aumento dello 0,4 per cento su base annua.

Penalizzata l’occupazione femminile. Infatti l’occupazione maschile a ottobre 2009 è pari a 13.801.000 unità, con un incremento dello 0,2 per cento rispetto al mese precedente ( 31 mila unità) e una riduzione dell’1,5 per cento (-217 mila unità) rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente. L’occupazione femminile raggiunge le 9.298.000 unità, con una riduzione rispetto a settembre dello 0,3 per cento (-30 mila unità) e dello 0,7 per cento (-67 mila unità) rispetto ad ottobre 2008.

dicembre 1, 2009 at 3:32 pm Lascia un commento

Quel patrimonio di tre milioni

A primarie concluse, la prima reazione è di sollievo. E’ finita. Questa lunga, estenuante, complessa maratona congressuale. E al di là di valutazioni di merito, è finita bene.

Senza contraddizioni sostanziali fra il voto degli iscritti e quello degli elettori, alle (cosiddette) primarie. Senza bisogno di ricorrere al ballottaggio. Oggi, finalmente, il Pd ha un segretario, Pierluigi Bersani. Ma soprattutto ha scoperto che può ancora contare su una base enorme. Quasi tre milioni di elettori e simpatizzanti. Che domenica hanno partecipato alle primarie. Nonostante tutto. Molti, rientrati dall’esilio, per una volta ancora.

Continua a leggere ottobre 27, 2009 at 8:42 am Lascia un commento

L’astensione senza opposizione

Concluso il turno elettorale di giugno, il Pd si è tuffato in una nuova sfida. Questa volta interna. Il congresso d’autunno per eleggere il segretario.

Per mettere fine alla “supplenza” di Franceschini (non necessariamente alla sua carriera di leader). Nulla da eccepire sulle scelte autonome del principale partito di opposizione. Salvo che questo sarebbe, anzitutto, il momento di fare, appunto, l’opposizione. Non solo all’interno, come avviene da anni, segnati da conflitti e agguati (fatto un segretario, altri leader appaiono pronti a rimpiazzarlo). Dovrebbe invece fare opposizione al governo, ma soprattutto al premier e al suo partito. Che per la prima volta, dopo il voto del 2008, appaiono in difficoltà.

Continua a leggere giugno 29, 2009 at 6:07 pm Lascia un commento

Il Il voto locale offre la vera dimensione dei rapporti di forza

L’analisi di Massimo Franco tratta da www.corriere.it

Per una manciata di ore, la battuta d’arresto del Pdl ha velato la sconfitta del centrosinistra alle europee. Le attese di un’affermazione clamorosa del governo, alimentate da Silvio Berlusconi, hanno permesso al partito di Dario Franceschini di additare lo scarto fra quelle ambizioni e la realtà. La soglia psicologica del 40 per cento dei voti, mancata ampiamente dal presidente del Consiglio, ha nascosto quella che sotto voce il Pd si era riproposto di raggiungere: fra il 27 ed il 28, comunque ben sotto il 33,2 del 2008. Non solo: il panorama di macerie offerto da gran parte della sinistra europea ha contribuito al sollievo del Pd, deciso ad accreditarsi come uno dei grandi superstiti del 6 e 7 giugno. E da questo punto di vista lo è. Ma il calo dei suoi consensi, non compensato del tutto dal successo dell’Idv di Antonio Di Pietro, sta emergendo nelle sue dimensioni reali. A renderlo vistoso è la geografia politica che lentamente affiora dalle amministrative celebrate insieme alle europee: un quadro a dir poco in chiaroscuro, tale da ridimensionare gli entusiasmi sulla tenuta del progetto del Pd. I primi risultati trasmettono l’immagine di una ragnatela di interessi e nomenklature locali, nella quale non esistono più rendite di posizione: per il fronte berlusconiano, ma soprattutto per i suoi avversari che detenevano da decenni il potere in alcune zone del Paese. Oltre tutto, il centrosinistra partiva da posizioni di forza, che dopo cinque anni appaiono intaccate; ed accentuano la sensazione di uno smottamento progressivo nelle giunte. Alcuni dei feudi governati storicamente dall’Unione prodiana mostrano smagliature.

Il richiamo di quello che la Lega ha definito «laburismo padano» spiega come mai il centrodestra si infiltri in Emilia Romagna e Toscana, conquistando consensi in classi sociali finora monopolio della sinistra. In realtà come l’Umbria, regione di «giunte rosse», il Pdl fa registrare un successo imprevisto. E i dati diffusi ieri dall’«Istituto Carlo Cattaneo» di Bologna offrono uno spaccato impietoso dei nuovi rapporti di forza. Dicono che alle europee il Pd ha perso oltre 2,1 milioni di voti rispetto al 2004 (-21 per cento), e 4,1 milioni nel confronto con le politiche dell’anno scorso. Il partito di Franceschini risponde ricordando che non contano solo i numeri, ma la tentazione berlusconiana di trasformare la consultazione in un referendum su di sé: un’operazione risoltasi in «una musata», secondo l’espressione colorita di Piero Fassino. Si aggiunge che lo stesso Pdl perde circa 3 milioni di voti sulle politiche; e si fa presente che nel 2008 c’erano in lista col Pd anche alcuni esponenti radicali. Ma lo scambio di accuse fra i due maggiori partiti tende ad interpretare con lenti bipolari una situazione dalla quale il bipolarismo esce un po’ indebolito. La vittoria parallela della Lega e dell’Idv rende il problema delle alleanze particolarmente acuto. Bossi è fondamentale per la strategia berlusconiana: tanto più in vista delle regionali del prossimo anno. Il fatto che il ministro Roberto Calderoli dica che i voti leghisti «si pesano e non si contano» anticipa la trattativa per la presidenza di alcune regioni del nord: sebbene riveli l’ammissione del mancato sorpasso sul Pdl in Veneto. Per il Pd, in parallelo, non solo rimane cruciale l’intesa con Di Pietro. Si ripropone anche il rompicapo di un collegamento con l’estrema sinistra. Per tutti, rimane l’incognita del ruolo dell’Udc centrista di Pier Ferdinando Casini, per ora paga di avere aumentato i voti su una linea difficile. Eppure, i due schieramenti non sembrano sul punto di rompersi: al massimo, rifaranno i conti al proprio interno.

giugno 9, 2009 at 8:31 am Lascia un commento

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