Archive for Aprile 2008

Voto disgiunto e bolcchi “mobili” novità in stile Usa nella sfida romana

di RENATO MANNHEIMER
Gli esiti del voto per il Comune e per la Provincia di Roma hanno lasciato sorpresi molti osservatori. Ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un risultato per molti versi inaspettato, specie per quel che riguarda la differenza tra il dato relativo al Comune e quello provinciale.
Si tratta di un voto che ha, ovviamente, un forte significato politico e conferma, da diversi punti di vista, alcune tendenze già emerse quindici giorni fa.
La vera novità del voto romano sta nelle opzioni disgiunte certamente manifestate da molti elettori. La Provincia ha riprodotto grossomodo l’esito precedente, mentre il Comune ha dato risultati di segno opposto sia rispetto alla Provincia sia al passato.
Qui sta, evidentemente, il significato politico maggiore, che potrà essere spiegato da analisi più sofisticate dei risultati: pare indubbio comunque che gli elettori abbiano voluto in qualche modo «punire» Rutelli e, al tempo stesso, Veltroni.
Ma, al di là delle indicazioni sugli orientamenti dell’elettorato, il risultato di Roma mostra, con la sua difformità, come siano divenute appannaggio dei votanti — e, in una certa misura, quasi pratica di massa — due tendenze sconosciute sino a qualche lustro fa: la mobilità tra blocchi e il voto disgiunto. Gli elettori hanno voluto esprimere, a torto o a ragione, la loro specifica opinione, al di là delle appartenenze di schieramento.
Un numero rilevante di votanti ha mostrato di essere sempre più slegato dai legami politici tradizionali e di voler scegliere in base a valutazioni maturate in relazione alla specifica elezione. Il fenomeno era già stato sottolineato proprio domenica scorsa su queste colonne poiché aveva in qualche misura caratterizzato anche le ultime Politiche.
Un libro sul comportamento elettorale americano di qualche anno fa, titolava
Voters begin to choose, per sottolineare la mobilità crescente negli Stati Uniti.
Forse è giunto il momento di scrivere un libro analogo anche per il nostro Paese.

Add comment Aprile 29, 2008

L’ANALISI SONO IL 25% DEGLI ELETTORI

Da www.corriere.it

L’ANALISI SONO IL 25% DEGLI ELETTORI
Gli indecisi? Alla fine tanti si asterranno
Le tribù: arrabbiati e «infedeli»

Oggi è il gran giorno degli indecisi, che rappresentano, ancora alla vigilia delle elezioni, il 25% dell’elettorato (ma molti si asterranno). Su di loro si concentrano in queste ore le attenzioni dei leader. Ma la generica dizione di «indecisi» comprende più categorie di persone: se ne possono individuare almeno cinque tipi. Il più numeroso (grosso modo il 60% degli indecisi) è costituito dai disinteressati alla politica. Sanno delle elezioni, ma se ne sentono estranei, poiché non riguardavano la loro quotidianità. Tanti finiranno col non votare. Giacomo M., operaio veneto: «Io non ci ho mai capito niente. Ho altro a cui pensare. Domenica sto a casa».

Ma per alcuni il senso del dovere civico finisce col prevalere. Francesca F., impiegata abruzzese: «A scuola dicevano che bisogna assolutamente votare. Allora, negli ultimi giorni, ho provato a guardare un po’ di politici alla televisione. Ce n’è uno che mi pare più carino. La volta scorsa ho deciso proprio nella cabina (nel 2006 si è comportato così il 5% degli elettori) ma credo che lo voterò». Una seconda categoria (all’incirca il 25%) ha già un orientamento di massima, centrodestra o centrosinistra, ma è comunque perplesso. Spesso l’abitudine a votare il «proprio» partito, che rispecchia interamente le opinioni personali, cozza contro la pur condivisa adesione ad una logica bipolare. Augusto B., avvocato a Roma: «Io ho sempre votato a sinistra. Ho provato a capire dai giornali qual è il voto davvero “utile”. Ma ho visto che la cosa cambia di regione in regione. Mi consulterò con un amico esperto ».

Anche qui c’è chi è attratto dall’astensione: Maria C., casalinga a Belluno: «Nel 2006 ho scelto Prodi, che poi mi ha deluso. Adesso dovrei votare Veltroni che però non mi convince del tutto. Non so ancora se andrò alle urne. Intanto ascolto ciò che dice alla televisione». Ci sono poi gli arrabbiati (10% degli indecisi), persone letteralmente disgustate dalla politica e dai suoi protagonisti. Ludovico G., architetto in provincia di Napoli: «Sono tutti uguali. Ce n’è uno che mi sembra un po più onesto degli altri. O voto lui o mi astengo. Sto facendo una ricerca su Internet per saperne di più e scegliere ». La quarta categoria di indecisi (5% circa) è rappresentata da chi è uso al voto «eterodiretto» e segue le indicazioni di una terza persona, ritenuta più esperta o, più spesso, capace di individuare la scelta più vantaggiosa.

L’ultimo gruppo è il più modesto numericamente (meno dell’1%). Sono gli «analisti imparziali». Persone spesso molto interessate alla politica e che tuttavia non si sentono necessariamente appartenenti né tanto meno identificate con uno schieramento. Cercano di valutare pregi e difetti di ciascuno per scegliere poi «razionalmente ». Anna F., consulente a Milano: «Ho letto tutto e di tutto. Quasi quasi faccio come suggerisce Sartori: voto uno al Senato e l’altro alla Camera ». Nel loro insieme, gli indecisi sono i veri protagonisti di queste ore. Dal loro orientamento dipende, ancora una volta, l’esito finale delle consultazioni.

Renato Mannheimer

Add comment Aprile 13, 2008

Il voto «volatile» al Sud sarà decisivo

Il voto «volatile» al Sud sarà decisivo
di Roberto D’Alimonte

tratto da www.ilsole24ore.com

Alla fine è possibile che queste elezioni si decidano al Sud. E sarebbe uno dei tanti paradossi di cui è costellata la vita politica italiana: gli elettori meridionali che danno la vittoria ad una coalizione, quella di Berlusconi, che contiene il partito – la Lega – che fa degli interessi del Nord la sua bandiera.
Il fatto è che l’Italia elettorale è divisa grosso modo in tre parti: le regioni del Nord dove prevale nettamente il voto a destra (soprattutto nel Nord-est), le regioni del Centro (la ex zona rossa) dove prevale nettamente il voto a sinistra e le regioni meridionali (dal Lazio alla Sardegna) dove gli orientamenti di voto sono più incerti e più mobili. Anche nelle altre zone ci sono elettori che da una elezione all’altra cambiano voto ma al Sud ce ne sono di più e soprattutto sono di più gli elettori capaci di cambiare non solo voto ma anche schieramento. Come ha ben dimostrato un sondaggio condotto nel 2006 in queste regioni da Tolomeo Studi e ricerche su un campione di 12mila elettori circa un terzo ha cambiato la propria scelta di voto rispetto al 2001. Questa maggiore volatilità del voto meridionale è la ragione per cui il Sud è spesso decisivo. Il fenomeno si coglie bene nei grafici in pagina.
Fu così anche nelle elezioni del 2006. Allora è stata l’Unione a beneficiarne. Alla Camera in questa area raccolse meno voti della Cdl (49,5 contro 50,1) ma molti di più di quanti nelle precedenti elezioni del 2001 avesse preso lo schieramento di centro-sinistra, anche allargato alla lista di Di Pietro che all’epoca correva per conto suo. Inoltre senza tener conto della Sicilia, da sempre roccaforte del centro-destra al Sud, l’Unione raccolse complessivamente più voti della Cdl tanto da sopravanzarla in sette regioni su nove alla Camera. Quanto al Senato l’Unione vinse il premio in 5 regioni su otto (il Molise ha un diverso sistema di voto). La Cdl vinse in Lazio (mentre alla Camera aveva preso meno voti dell’Unione) in Puglia e in Sicilia. Il buon rendimento dell’Unione al Sud, sommato al suo predominio nelle regioni del Centro e al suo recupero in quelle del Nord, le diedero una risicata maggioranza di voti alla Camera e una altrettanta risicata maggioranza di seggi al Senato.
I sondaggi pubblicati prima del black out hanno fotografato una situazione diversa da quella del 2006. Le tendenze elettorali anche qui sono cambiate. E naturalmente è cambiata l’offerta politica: all’Unione e alla Cdl si sono sostituite le liste del Pd/Idv e del Pdl/Mpa. La combinazione di nuova offerta politica e relativamente elevata mobilità elettorale potrebbe riservare delle sorprese. Però, se il voto del 13 aprile confermasse le tendenze radiografate durante il mese di marzo la coalizione di Berlusconi dovrebbe essere avvantaggiata. Secondo le nostre stime, fatte sulla base dei voti del 2006 corretti secondo i dati della media dei sondaggi di marzo, la lista Pdl/Mpa dovrebbe ottenere almeno un milione di voti in più di quella di Veltroni. Nel 2006 invece la differenza tra Unione e Cdl fu di 100.000 voti a favore della Cdl su 16 milioni di voti validi.
Ma la vera partita si giocherà al Senato. Sulla base dei nostri calcoli, ma anche dei sondaggi fin qui pubblicati, rispetto al 2006 il Pdl potrebbe vincere in tutte le regioni tranne la Basilicata, da sempre roccaforte del centro-sinistra al Sud, e la Calabria.
Ma una cosa sono le stime e altra cosa i voti. Come si è detto il voto al Sud è ballerino. La mobilità dell’elettorato meridionale rende ancora più imprevedibile in questa area l’esito del voto. Qui ci sono quattro regioni in cui può succedere di tutto: Lazio, Abruzzi, Calabria e Sardegna. Solo con l’apertura delle urne il pomeriggio del 14 Aprile e l’estrazione delle schede si saprà l’esito della lotteria. Tanto più che nelle regioni meridionali peseranno in maniera sensibile due fattori la cui influenza è difficile stimare oggi: il tasso di affluenza alle urne e il ruolo dei “grandi elettori”.

5 aprile 2008

Add comment Aprile 7, 2008

Quanto conta il voto del partito che non vota

Tratto da www.repubblica.it

Quanto conta il voto del partito di chi non vota
ILVO DIAMANTI
Alle legislative del 2006, oltre il 15% degli elettori dichiararono di aver deciso per quale partito votare nell’ultima settimana. Il 6% il giorno stesso (indagine postelettorale di LaPolis, Università di Urbino). In pratica, nel tragitto fra casa e il seggio. Magari: in cabina, aprendo la scheda. Perché la scelta di voto non è un atto scontato. Le radicate fedeltà di un tempo, nel tempo, si sono sfaldate. Insieme ai partiti intorno a cui si erano formate. Poi, non bisogna credere che tutte le persone siano egualmente interessate alla politica. Al contrario: è vista dai più con indifferenza e, talora, con fastidio. Per cui, non si deve pretendere che fin dal primo giorno di campagna elettorale tutti gli elettori si chiedano – e sappiano – per chi votare.

In numerosi casi, peraltro, le convinzioni cambiano. Anche quando sembrano solide. L’elettore deciso a cambiare, al momento del voto, spesso ritorna sui suoi passi. Oppure, viceversa: l’elettore privo di dubbi, al momento del voto, di fronte alla scheda decide di svoltare. Un segno e via.

Naturalmente, ogni elezione fa storia a sé. Le politiche del 2006 si tradussero in una sorta di scontro bellico-mediatico, che infiammò la campagna. Così, Berlusconi mobilitò molti elettori di centrodestra, affetti dalla delusione e dall’apatia. Questa volta il discorso è diverso. La campagna elettorale appare più apatica degli elettori. I due principali candidati alla vittoria finale intenzionati a confrontarsi solo a distanza. Degli scontri di due anni fa, oggi, risuonano solo echi lontani. In tivù, ormai, passano perlopiù i candidati degli altri partiti, alla caccia di visibilità. E del quorum.

Per cui è probabile che la quota di coloro che ancora non hanno deciso oppure, più semplicemente, non si sono ancora posti il problema, sia più ampia di due anni fa. Molto più ampia, diremmo. Anche perché, rispetto al passato, è cambiata l’offerta politica. I partiti, le sigle, le coalizioni. Molti elettori non hanno ancora compreso le novità e i cambiamenti di questa fase. Altri, invece, non le hanno metabolizzate; stentano ad accettarle. Per cui, la quota degli incerti, a una settimana dal voto, è alta. Crediamo che si estenda a poco meno di tre elettori su dieci. Non abbiamo dati precisi; ma, soprattutto, non li possiamo dare. Per par condicio. Per cui, ragioniamo a spanne.

Un terzo di questi “elettori in bilico” sono distaccati, estranei alla politica. Non è improbabile che, alla fine, se la giornata è bella – e forse anche se il tempo è brutto – si scordino di votare. I rimanenti “elettori in bilico” si dividono a metà, tra indecisi e (potenziali) astensionisti. In altri termini: fra elettori che non hanno deciso “per chi” oppure “se” votare. In entrambi i casi, prevalgono coloro che, nel 2006, avevano votato per il centro-sinistra. Soprattutto per la lista dell’Ulivo. Ma è significativo anche il peso degli elettori di centro.

Gli elettori incerti, perlopiù, sono orientati da una “certezza inconsapevole”. Al momento del voto, in altri termini, esprimeranno la scelta di sempre (lo hanno sottolineato, fra gli altri, Pagnoncelli, Vannucci e Natale). Basta offrire loro una buona ragione. Diverso è il discorso degli astensionisti. I quali, in questa occasione, si presentano in modo parzialmente nuovo e diverso rispetto alle elezioni precedenti. In quanto non si esauriscono nei tipi tradizionali.

Nell’astensionista marginale: estraneo alla politica anche perché socialmente periferico. Oppure nell’elettore indifferente, che, se risvegliato, si colloca perlopiù a destra.

In questa fase, invece, appare particolarmente esteso un atteggiamento di “astensione attiva”. Spesso dichiarata. Proclamata. Espressa, ripetiamo, soprattutto da elettori di centrosinistra. Informati, spesso politicamente coinvolti. Facendo riferimento ad alcune indagini condotte in questa fase (da Demos, Ipsos e SWG), possiamo individuare tre tipi principali.

a) I “vaffa”. Considerano il Pd uguale agli altri partiti. Perché non ha rinunciato ai privilegi della Casta. Ha mantenuto in lista troppi esponenti della nomenclatura, qualche indagato e molti volti nuovi di cui non si sentiva il bisogno.

b) I “tradizionalisti”. Fedeli alle tradizioni politiche più radicate. Ex-comunisti ed ex-democristiani. Oppure: ex-diessini e popolari. Non si capacitano, di fronte a un soggetto politico nuovo, come il Pd. Che, per scelta, ha reciso i legami con il passato. E guarda altrove: all’America, all’Inghilterra di Blair. O, peggio, all’Italia di Berlusconi. A maggior ragione, stentano a riconoscersi nel “melting pot” della Sinistra Arcobaleno.

c) I “radical”. Sofisticati, considerano l’approccio del Pd di Veltroni troppo frivolo e mite. Troppo dissociato. Troppo incline alla filosofia del “ma anche”. Troppo pop. Meglio: nazionalpopolare. Scarsamente laico. Troppo lib e poco lab. Stressato fra la Binetti e Calearo.
Per gran parte di questi elettori, l’astensione è una scelta. Il “voto di chi non vota” (efficace titolo di un volume curato da Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino, pubblicato anni fa dal Mulino).

Questi tre tipi di astensionisti risultano, tutti, attraversati da un sentimento comune e condiviso. La frustrazione prodotta dall’assenza del Nemico. Dalla scomparsa di Berlusconi dal discorso politico di Veltroni. Che ha rinunciato perfino a nominarlo. Usa perifrasi, come: “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. E lo fa in modo aperto e provocatorio. Per marcare la distanza dal centrosinistra passato (più o meno prossimo). Che aveva costruito vittorie e sconfitte sulla figura del Cavaliere. Sull’Antiberlusconismo. Fino a divenirne gregario.

Per cui Veltroni prosegue, senza esitazioni, questa campagna elettorale “irenica”, come l’ha definita, con un po’ d’ironia, Giovanni Sartori (sul Corriere della Sera). Toni bassi, rinuncia a temi dominanti e laceranti, pluralità tematica. Berlusconi trasformato nel “Cavaliere inesistente”. L’Innominato. In questo modo, il leader del Pd, dopo aver eroso (secondo i sondaggi) la base della Sinistra, si rivolge agli elettori moderati. In altri termini: approfittando degli attacchi lanciati da Berlusconi contro l’UdC, in nome del “voto utile”, cerca di spingere gli elettori di centro verso il Pd.

In questo modo, però, alimenta la tentazione astensionista, nella sua base. Delusa dall’esperienza di governo, ma anche da una campagna elettorale sottotraccia.

L’esito delle elezioni, domenica prossima, dipenderà, in misura significativa, dal “voto di chi non vota”. Il risultato del Pd, in particolare, pare destinato a migliorare quanto più il livello di partecipazione elettorale crescerà, avvicinandosi all’84% raggiunto due anni fa.

Da ciò, un duplice quesito.
1) A Walter Veltroni: se sia possibile dissipare l’incertezza e la voglia di astensione, diffuse nella sua base, senza deviare, nemmeno per sbaglio, il suo viaggio su Arcore. Senza sfidare apertamente il Cavaliere. Come in ogni battaglia – o, se si preferisce, competizione – elettorale che si rispetti.

2) Agli elettori tentati dall’astensione attiva. Ai “vaffa”, ai “tradizionalisti” e ai “radical”. Se sia davvero inattuale il paradigma montanelliano, che invita a turarsi il naso e a votare il “meno peggio”. Per non contribuire, con il loro (non) voto consapevole, a consegnare il governo del Paese nelle mani dell’Innominato.

(6 aprile 2008)

Add comment Aprile 7, 2008


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