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Quel patrimonio di tre milioni

di ILVO DIAMANTI (da www.repubblica.it, 27 0ttobre 2009)

A primarie concluse, la prima reazione è di sollievo. E’ finita. Questa lunga, estenuante, complessa maratona congressuale. E al di là di valutazioni di merito, è finita bene.

Senza contraddizioni sostanziali fra il voto degli iscritti e quello degli elettori, alle (cosiddette) primarie. Senza bisogno di ricorrere al ballottaggio. Oggi, finalmente, il Pd ha un segretario, Pierluigi Bersani. Ma soprattutto ha scoperto che può ancora contare su una base enorme. Quasi tre milioni di elettori e simpatizzanti. Che domenica hanno partecipato alle primarie. Nonostante tutto. Molti, rientrati dall’esilio, per una volta ancora.

Bersani, con il 54% dei voti validi, ha distanziato gli altri due candidati. Che, pure, hanno riscosso un buon risultato. Franceschini ha raccolto un terzo dei voti. Marino ha ottenuto il 12%, il 4% in più rispetto al voto degli iscritti. Il dibattito congressuale non ha prodotto grandi emozioni. Identità chiare. Parole-chiave. Spendibili sul mercato politico, come slogan, dall’intero Pd. Tuttavia, alla fine, resta l’immagine di questa grande partecipazione. Un investimento sulla fiducia. Che sarebbe irresponsabile dissipare (ancora).

Sugli elettori delle primarie vorremmo proporre alcune considerazioni. Provvisorie, come i dati forniti dal Pd. (Ieri sera alle 18: poco più di 2 milioni, circa tre quarti del totale, incompleti soprattutto per il Sud).

1. La prima riguarda la partecipazione complessiva stimata dal Pd. Circa 2 milioni e 800 mila elettori – anche calcolando la presenza di giovani oltre i 16 anni e gli immigrati regolari – sono tanti. Circa il 35% degli elettori alle europee. Più di un elettore su tre. Nonostante la delusione verso un partito disorientato. Un’opposizione incerta. Una leadership indefinita.

Le ragioni di una partecipazione così ampia sono diverse. (a) Anzitutto, per la prima volta, si è trattato di una competizione vera. Non era mai avvenuto prima. Nel 2005 le primarie erano servite a legittimare l’investitura dell’unico possibile candidato premier. Romano Prodi. Ma anche nel 2007 si sono trasformate in un plebiscito per Veltroni, visto che l’unico vero sfidante, Bersani stesso, dopo un primo momento, rinunciò. Stavolta, invece, i candidati si sono affrontati in modo serio e aspro. (b) Un secondo incentivo alla partecipazione è riconducibile alla lunga fase congressuale. Per alcuni versi, defatigante. Ha tuttavia costruito una rete di tifosi e sostenitori organizzata e diffusa in tutto il paese. (c) Il terzo motivo è che gli elettori di centrosinistra sono pronti a mobilitarsi, se si forniscono loro occasioni serie e ragionevoli ragioni. Come hanno fatto anche stavolta. Quasi per riflesso condizionato. Alcuni – più di quanti si pensi – per disperazione. Come estremo atto di fiducia. Per non lasciare nulla di intentato.

2. La seconda considerazione riguarda la distribuzione territoriale della partecipazione alle primarie. Il cui dato è condizionato dall’andamento dello spoglio, incompleto e lungo. Soprattutto in alcune aree. Calcolata sul voto alle europee dello scorso giugno, raggiunge il massimo nelle zone rosse e nel Nordest. La partecipazione appare rilevante anche al Sud (dove, tuttavia, lo spoglio procede a rilento). Mentre è più ridotta nel Nordovest e nelle regioni centromeridionali: Lazio, Abruzzo e Molise. Le regioni del Nord sono quelle dove la partecipazione alle primarie appare più ampia rispetto agli iscritti. Soprattutto il Nordest. Mentre la partecipazione nelle zone rosse è coerente con la media nazionale (superiore di circa due volte e mezza agli iscritti). Infine, è più bassa nel Centro-Sud e nel Sud e nelle Isole. Questi indici suggeriscono diversi tipi di orientamento politico. Nelle regioni del Nord, in particolare, sottolineano l’importanza del voto di opinione. Espresso da elettori disposti a sostenere il Pd, ma senza atti di fede. Nelle regioni rosse, invece, la partecipazione alle primarie si è appoggiata, anche in questa occasione, alle tradizionali reti di appartenenza partitica. Nel Sud e nel Centrosud, infine, sembrano aver pesato maggiormente i meccanismi del voto personale e delle lobbies localiste. Mentre la mobilitazione sollecitata da motivi di identità e d’opinione appare meno propulsiva che altrove.

3. La terza osservazione riguarda il voto ai candidati. La base elettorale più caratterizzata è certamente quella di Marino. Che ha ottenuto i livelli più elevati nelle regioni del Nord e nelle province metropolitane (sempre oltre il 15%). Bersani, il vincitore, ha raggiunto il 60% nelle regioni del Sud (oltre il 70% in Calabria) e delle Isole. Ma ha conseguito un buon risultato anche nel Nordovest e nelle zone rosse. Ha peraltro vinto in quasi tutte le regioni. Il che ne legittima ulteriormente il successo. Franceschini, infine, appare il più “trasversale”, dal punto di vista della distribuzione territoriale dei consensi. In grado di intercettare circa un terzo dei voti dovunque.
Mancano, per ora, dati sulla composizione sociale e anagrafica degli elettori. Ci fidiamo dell’esperienza diretta – nostra e dei nostri “testimoni privilegiati”. Raccontano di una base adulta e anziana, ma con un’ampia presenza femminile. I giovani si sono visti di meno. Ma abbiamo l’impressione che si tratti di un problema più ampio. Demografico oltre che culturale. Si vedono poco perché sono pochi.

Finita questa infinita maratona congressuale, il maggiore partito di opposizione potrà finalmente fare opposizione. Se ne sarà capace. Oggi ha un segretario, legittimato dal voto degli iscritti e degli elettori. Ma soprattutto: le primarie gli hanno restituito una base ampia. Milioni di persone. Vere. Pronte a uscire di casa e a cercare un seggio provvisorio, presidiato da militanti. Per votare. Dopo aver pagato una somma, per quanto piccola.

Un’indicazione importante – sorprendente – al tempo della democrazia del pubblico. Dove è convinzione condivisa, anche nel centrosinistra, che lo spazio politico coincida con quello mediatico. In particolare con la televisione. La partecipazione alle primarie rammenta che la politica si può (vorremmo dire: si deve) fare anche sul territorio. Anche nella società. Per il PD, un’avvertenza utile. Forse l’ultima.

Add comment Ottobre 27, 2009

L’astensione senza opposizione

di ILVO DIAMANTI (tratto da www.repubblica.it)

- Concluso il turno elettorale di giugno, il Pd si è tuffato in una nuova sfida. Questa volta interna. Il congresso d’autunno per eleggere il segretario.

Per mettere fine alla “supplenza” di Franceschini (non necessariamente alla sua carriera di leader). Nulla da eccepire sulle scelte autonome del principale partito di opposizione. Salvo che questo sarebbe, anzitutto, il momento di fare, appunto, l’opposizione. Non solo all’interno, come avviene da anni, segnati da conflitti e agguati (fatto un segretario, altri leader appaiono pronti a rimpiazzarlo). Dovrebbe invece fare opposizione al governo, ma soprattutto al premier e al suo partito. Che per la prima volta, dopo il voto del 2008, appaiono in difficoltà.

A modo suo, lo ha ammesso anche Silvio Berlusconi, quando, accennando alle vicende che gli stanno creando disagio, ha concluso: “Agli italiani piaccio così”. Aggiungendo: “Il 61% degli italiani ha fiducia in me”. Senza ulteriori chiarimenti circa la titolarità e la responsabilità dei sondaggi, il campione, il quesito impiegato, ecc…. Il premier, d’altronde, non si è mai preoccupato delle regole e dei vincoli circa l’uso e le fonti dei dati che distribuisce con tanta generosità.

Nessun garante e nessuna authority, d’altronde, gliene hai mai chiesto conto, a quanto ci risulta. Tuttavia, il 61% significa, comunque, 15 punti in meno del grado di fiducia che Berlusconi si attribuiva un paio di mesi fa. Quando, peraltro, affermava che il Pdl avrebbe sfondato il muro del 40% dei voti. Anzi: si sarebbe avvicinato al 45%. Anche in questo caso: 10 punti più di quelli effettivamente ottenuti alle elezioni europee.

D’altra parte, al di là della misura effettiva (al Cavaliere piace molto apparire più alto di quel che è), dalla fine di aprile gli indici di fiducia nei suoi riguardi hanno cominciato effettivamente a scendere. Molto più di quelli nei confronti del governo. Al tempo stesso, hanno iniziato a flettere, nei sondaggi, anche le intenzioni di voto per il Pdl. Senza che, peraltro, ne beneficiasse l’opposizione. Salvo l’Idv di Antonio Di Pietro. Insieme alla Lega: opposizione “nella” maggioranza. Principale dato effettivamente in aumento: l’incertezza.

Come abbiamo rilevato in diverse occasioni, la quota di elettori indecisi (cfr. fra gli altri, i sondaggi di Ipsos) in poche settimane si è allargata: dal 20% a un terzo degli elettori. Spinta, soprattutto, da coloro che nel 2008 avevano votato per il Pdl. Senza che, nel frattempo, nulla fosse cambiato sostanzialmente: nell’economia, nei consumi, nella sicurezza. D’altronde, un solo argomento, da due mesi, occupa le prime pagine dei giornali (ma non dei telegiornali): Berlusconi e le donne (per dirla in modo generico e allusivo). Non si è parlato d’altro in campagna elettorale. E ciò ha indebolito non tanto l’immagine del governo, ma direttamente quella del premier.

Tuttavia, l’immagine personale del premier, assai più di quella del governo, coincide con l’identità della maggioranza. O meglio: del partito di maggioranza. Da ciò il fastidio e il disamore di molti elettori del Pdl che si è tradotto nel voto e, in particolare, nel non-voto. Incoraggiati – o scoraggiati – dallo specifico tipo di competizione, le europee. Usate, spesso, per lanciare messaggi ai partiti e soprattutto al governo. In questo caso: al premier. Da ciò l’astensione, che è cresciuta pesantemente rispetto all’anno scorso, ma anche rispetto alle precedenti europee del 2004. Ai danni soprattutto del Pdl. Come conferma l’analisi statistica dei flussi elettorali condotta dall’Istituto Cattaneo di Bologna (con il modello di Goodman) partendo dai risultati delle sezioni elettorali nelle principali città.

Tra coloro che avevano votato per il Pdl alle politiche del 2008, alle recenti europee si è astenuto: l’8,4% (sul totale degli elettori) a Torino, il 9% a Milano, circa il 7% a Brescia e a Verona. E ancora: intorno al 5-6% a Padova, Reggio Emilia e Firenze; ma l’11% a Napoli, il 14% a Roma e addirittura il 18% a Reggio Calabria e il 22% a Catania. L’astensione ha colpito di nuovo e in modo pesante il centrodestra anche ai ballottaggi delle amministrative. Soprattutto i candidati del Pdl: a Milano, Torino, Firenze, Bari, Padova. Il profilo di coloro che hanno abbandonato il Pdl in questa occasione (sondaggio LaPolis, Università di Urbino, 15-20 giugno, campione nazionale, 1400 casi) segnala che si tratta dell’elettorato “moderato”, che nello spazio politico si posiziona intorno al “centro”.

Dal punto di vista sociale, la figura “tipica” dell’astensionismo nel Pdl è costituita dalla casalinga che risiede nel Sud. L’astensione massiccia che ha investito il Pdl, tuttavia, non segnala solo il disagio della base elettorale di centrodestra verso il partito di riferimento e il suo leader. Sottolinea, al tempo stesso, la debolezza del principale partito di opposizione.
Il Pd, infatti, si dimostra incapace di sfruttare il disagio degli elettori moderati di centrodestra. Non solo, ma, a sua volta, ha perso voti un po’ in tutte le direzioni. Dovunque. A Nord, nel Centro e nel Mezzogiorno.

Verso l’astensione (anche se in misura molto più ridotta del Pdl). Ma soprattutto: verso l’Idv e l’Udc. Poi: verso i partiti di sinistra. E ancora, nelle città “rosse”: verso la Lega. In alcuni casi, per quanto in misura ridotta: anche verso il Pdl. Il Partito democratico non riesce ad attrarre a sé una parte almeno degli elettori delusi ed elusi dal Pdl perché è afasico, abulico e un poco anonimo. Gli mancano un volto e le parole. In tema di sicurezza, immigrazione, ma perfino sui costi della politica e sull’economia: gli elettori ritengono il centrodestra più credibile e attrezzato del centrosinistra (sondaggio LaPolis Università di Urbino, 15-20 giugno 2009).

Il Pd: fatica a tenere i piedi per terra. A tenere rapporti solidi con il territorio e con la società. Per cui non riesce a incalzare Berlusconi. A “sfruttarne” il disagio e gli imbarazzi. Come ai tempi della campagna elettorale del 2008. Quando Berlusconi era l’Innominato. Mai nominato per timore di fare antiberlusconismo. Con grande beneficio per l’Innominato.

In effetti, da allora il filo dell’opposizione è stato afferrato dall’Idv e perfino dalla Lega, alleata inquieta ma fedele di Berlusconi. Il problema del Pd, prima e oltre il congresso, è di “fare” opposizione. Non al proprio interno, riaprendo personalismi vecchi (magari in nome del “nuovo”). Ma a Berlusconi e al centrodestra. Dicendo tre-quattro parole chiare e condivise su altrettante questioni: lavoro, sicurezza, economia, Welfare. (Al momento non ne viene in mente nessuna). Senza inseguire la Lega e la Destra sul loro terreno (non c’è partita). E scegliendo un leader capace di sfidare e contrastare apertamente Berlusconi. Senza timore di fare dell’antiberlusconismo. Un modello di valori pubblici e privati e, al tempo stesso, uno stile di vita. A cui Berlusconi dà volto, voce e biografia. Occorre qualcuno in grado di fare altrettanto. In modo evidentemente – ed efficacemente – alternativo. Perché il paese, questo paese, è politicamente contendibile. Lo si è visto in questo turno elettorale. Ma ci vuole qualcuno che lo contenda veramente. Un contendente. Noi soffriamo da sempre di miopia (politica e non solo), ma per ora non ne vediamo.

Add comment Giugno 29, 2009

Il Il voto locale offre la vera dimensione dei rapporti di forza

L’analisi di Massimo Franco tratta da www.corriere.it

Per una manciata di ore, la battuta d’arresto del Pdl ha velato la sconfitta del centrosinistra alle europee. Le attese di un’affermazione clamorosa del governo, alimentate da Silvio Berlusconi, hanno permesso al partito di Dario Franceschini di additare lo scarto fra quelle ambizioni e la realtà. La soglia psicologica del 40 per cento dei voti, mancata ampiamente dal presidente del Consiglio, ha nascosto quella che sotto voce il Pd si era riproposto di raggiungere: fra il 27 ed il 28, comunque ben sotto il 33,2 del 2008. Non solo: il panorama di macerie offerto da gran parte della sinistra europea ha contribuito al sollievo del Pd, deciso ad accreditarsi come uno dei grandi superstiti del 6 e 7 giugno. E da questo punto di vista lo è. Ma il calo dei suoi consensi, non compensato del tutto dal successo dell’Idv di Antonio Di Pietro, sta emergendo nelle sue dimensioni reali. A renderlo vistoso è la geografia politica che lentamente affiora dalle amministrative celebrate insieme alle europee: un quadro a dir poco in chiaroscuro, tale da ridimensionare gli entusiasmi sulla tenuta del progetto del Pd. I primi risultati trasmettono l’immagine di una ragnatela di interessi e nomenklature locali, nella quale non esistono più rendite di posizione: per il fronte berlusconiano, ma soprattutto per i suoi avversari che detenevano da decenni il potere in alcune zone del Paese. Oltre tutto, il centrosinistra partiva da posizioni di forza, che dopo cinque anni appaiono intaccate; ed accentuano la sensazione di uno smottamento progressivo nelle giunte. Alcuni dei feudi governati storicamente dall’Unione prodiana mostrano smagliature.

Il richiamo di quello che la Lega ha definito «laburismo padano» spiega come mai il centrodestra si infiltri in Emilia Romagna e Toscana, conquistando consensi in classi sociali finora monopolio della sinistra. In realtà come l’Umbria, regione di «giunte rosse», il Pdl fa registrare un successo imprevisto. E i dati diffusi ieri dall’«Istituto Carlo Cattaneo» di Bologna offrono uno spaccato impietoso dei nuovi rapporti di forza. Dicono che alle europee il Pd ha perso oltre 2,1 milioni di voti rispetto al 2004 (-21 per cento), e 4,1 milioni nel confronto con le politiche dell’anno scorso. Il partito di Franceschini risponde ricordando che non contano solo i numeri, ma la tentazione berlusconiana di trasformare la consultazione in un referendum su di sé: un’operazione risoltasi in «una musata», secondo l’espressione colorita di Piero Fassino. Si aggiunge che lo stesso Pdl perde circa 3 milioni di voti sulle politiche; e si fa presente che nel 2008 c’erano in lista col Pd anche alcuni esponenti radicali. Ma lo scambio di accuse fra i due maggiori partiti tende ad interpretare con lenti bipolari una situazione dalla quale il bipolarismo esce un po’ indebolito. La vittoria parallela della Lega e dell’Idv rende il problema delle alleanze particolarmente acuto. Bossi è fondamentale per la strategia berlusconiana: tanto più in vista delle regionali del prossimo anno. Il fatto che il ministro Roberto Calderoli dica che i voti leghisti «si pesano e non si contano» anticipa la trattativa per la presidenza di alcune regioni del nord: sebbene riveli l’ammissione del mancato sorpasso sul Pdl in Veneto. Per il Pd, in parallelo, non solo rimane cruciale l’intesa con Di Pietro. Si ripropone anche il rompicapo di un collegamento con l’estrema sinistra. Per tutti, rimane l’incognita del ruolo dell’Udc centrista di Pier Ferdinando Casini, per ora paga di avere aumentato i voti su una linea difficile. Eppure, i due schieramenti non sembrano sul punto di rompersi: al massimo, rifaranno i conti al proprio interno.

Add comment Giugno 9, 2009

La svolta delle città

L’analisi di Angelo Panebianco tratta da www.corriere.it

Per aiutare i lettori ad orientarsi, di fronte ai risultati di questa tornata di elezioni, occorre prima di tutto rammentare che europee e amministrative sono fra loro diversissime. Dal punto di vista della politica interna italiana (tralascio qui gli aspetti che riguardano la composizione del Parlamento europeo) le elezioni europee sono un evento più mediatico che di sostanza. Hanno a che fare con questioni di «immagine», non con gli equilibri politici. In termini di immagine è vero che Berlusconi non ha raggiunto l’obiettivo dello «sfondamento» elettorale. Però, attenzione a non scambiare ciò per l’inizio di un declino politico. La verità è che il Popolo della Libertà, persino in elezioni «bizzarre» e anomale come quelle europee (con la loro alta astensione), mantiene sostanzialmente i suoi consensi e supera largamente il centrosinistra. E ciò accade nonostante si tratti del principale partito di governo che, in quanto tale, opera in una situazione di grave crisi economica. E che deve fronteggiare l’ascesa della Lega. Il partito di Berlusconi, in realtà, segue un trend che è generale in Europa e che vede le forze di centrodestra prevalere nettamente su quelle di centrosinistra.

La conferma viene dal voto più importante ai fini della dinamica politica interna, le amministrative. Qui si sta realizzando un netto successo del centrodestra e del suo leader Berlusconi, ottenuto in elezioni che tradizionalmente avvantaggiavano il centrosinistra. Persino nella «rossa » Firenze il Pd riesce a strappare solo un ballottaggio al Comune. Nelle amministrative, molto più che nelle europee, emergono le gravi difficoltà in cui si dibatte la principale forza di opposizione, il Partito democratico. Esso tiene a fatica nelle storiche aree del vecchio insediamento, Emilia Romagna e Toscana. Ma, per fare altri esempi importanti, viene sostanzialmente espulso definitivamente dalla Lombardia, dove perde anche storiche roccaforti come Pavia e Cremona e subisce, a Milano, il sorpasso del candidato del centrodestra Podestà sul presidente uscente della Provincia Penati. È nettamente distaccato dal centrodestra in Veneto. Arretra in Campania e perde definitivamente la Provincia di Napoli. Cala anche in altre aree di suo tradizionale insediamento come Umbria, Marche, Basilicata. Politicamente poi, la croce che il Partito democratico si è portato addosso nell’ultimo anno, Di Pietro, risulta ulteriormente appesantita. A destra, i forti successi della Lega al Nord in Province e Comuni accrescono la spinta alla competizione fra le due forze di governo, Lega e Popolo della Libertà. Si rafforzano le tendenze emerse nelle elezioni politiche del 2008. Il vero luogo della competizione è, al momento, tutto interno all’area di governo. E la cosa è preoccupante. A lungo andare, non fa bene alla democrazia la presenza di una opposizione democratica debolissima, in crisi di idee e di identità e che, troppo spesso, non sa trovare toni e argomenti che la rendano una plausibile alternativa di governo.

Add comment Giugno 9, 2009

Gli esperti e la «quota successo»: Pd 30%, Pdl 40%

D’Alimonte: per la Lega l’8% sarebbe ottimo. Barbera: una vittoria Di Pietro al 6%

ROMA — La matematica applicata alla politica, spesso, è un’opinione. Ma è un’opinione che, se ben argo mentata, può consentire la sopravvi venza o decretare la fine di un leader. A un numero freddo e implacabile — il 4 della soglia di sbarramento (o so pravvivenza) dei partiti — fanno da contraltare altre percentuali, con va lenza meno oggettiva. Perché vanno soppesate, valutate, commisurate ai sondaggi, alle aspettative, alle prece denti Europee, ma anche alle Politiche e alle Amministrative, nonché ad ac corpamenti e rimescolamenti. Difficile anche per i politologi provare a distri carsi nella selva dei numeri.

Il Pd, per esempio. Claudio Velardi, annunciando il non voto, ha quasi irri so il Pd che «si prepara a festeggiare il 27 per cento». E ha ragione, secondo il professor Roberto D’Alimonte: «Con tutti i difetti che può avere avuto Wal ter Veltroni, era riuscito a portare il Pd al 33 per cento. Certo non riuscirà a eguagliarlo Franceschini, ma se andas se sotto il 30 per cento non si potrebbe che considerarlo un risultato negati vo ». Eppure l’ultimo sondaggio arriva to sul tavolo di Veltroni, poco prima delle dimissioni, aveva visto il partito precipitare al 22. Risalire al 27, secon do le speranze del Nazareno, potrebbe consentire di tirare un sospiro di sollie vo, scendere sotto il 25 sarebbe la débâcle finale, o quasi. «Ma no — ri batte Marcello Veneziani —. Io credo alla ciclicità non ai disastri. Il Pd è in una fase di passaggio. Franceschini non sarà certo il leader del futuro, an che se si è battuto non male, sia pure con qualche caduta. Ma è fisiologico che, dopo il calo, il Pd si riprenda». Il costituzionalista Augusto Barbera con sidera «eccellente» un risultato dal 27 al 30%: «Considerando che non c’è più il traino del voto utile, mi parrebbe un buon esito. Del resto — scherza — an che all’università è un bel voto». Quan to a Franceschini, sostiene, «è stato la sciato solo dal gruppo dirigente: ha fat to quel che poteva». «Contenti loro— commenta lo storico Piero Melograni —. Il 27% per sarebbe un successo so lo considerando il fatto che come op posizione sono stati quasi inerti».

Dall’asticella del Pd dipenderanno la sopravvivenza politica di France schini e l’esito del congresso di otto bre, ma anche le future alleanze. Con l’Italia dei Valori, per esempio. Per Ve neziani Di Pietro potrebbe ritenersi soddisfatto anche solo di un 6%, «con­siderando il ricompattamento con il Pd e una prevedibile fuga di qualche elettore a sinistra». Anche per D’Ali monte la soglia del 6 sarebbe un otti mo risultato: «Anche se le aspettative, causate dai sondaggi, sono più alte. Ma fino al 2008 non è mai andato oltre il 4». Per Melograni Di Pietro dovreb be accontentarsi: «Non ha fatto una campagna entusiasmante, ha solo ap profittato del vuoto dell’opposizione». Pollice verso anche da Barbera: «L’Idv era data molto in crescita all’inizio del la campagna elettorale, poi però Di Pie tro è apparso ripetitivo e ossessivo, sembrava quasi una caricatura di se stesso. Con il 6 per cento dovrebbe ri tenersi più che soddisfatto».

Quanto al Pdl, Veneziani non crede alle ipotesi trionfalistiche di Berlusco ni, che si era spinto a vaticinare una percentuale oltre il 43: «Se arriva al 38 è già un buon risultato: troppi fattori di logoramento. Ma non ci sarà certo il tracollo che qualcuno sperava dopo le notizie di cronaca». Barbera crede che Berlusconi si possa ritenere soddisfat to solo se il Pdl arrivasse al 40%: «So prattutto in considerazione dei nume ri più alti che aveva accreditato». So stiene Melograni: «Berlusconi non è finito, ma non c’è più lo smalto di pri ma. Un 40% sarebbe un risultato straor dinario ». Tanto più se si accoppiasse a quel 10 per cento che qualcuno ritiene possibile per la Lega. Per Veneziani an che l’8 sarebbe buono per il Carroccio: «E’ un partito che cresce, che ha la sua forza nella carica identitaria». D’Alimonte è dello stesso parere: «L’8 sareb be un ottimo risultato per un partito che è in fase ascendente. Anche se bi sognerebbe guardare anche i valori assoluti e la partecipazione al voto. I numeri possono ingannare se non bene interpretati».

Add comment Giugno 7, 2009

Comuni e Province, il Pdl vede il sorpasso

di Roberto D’Alimonte
Tratto da www.ilsole24ore.com

Questa è una tornata elettorale in cui la destra ha un vantaggio netto rispetto alla sinistra. Non solo lo schieramento di Berlusconi ha il vento in poppa anche se forse in queste ultime settimane si è un po’ afflosciato. È anche il punto di partenza che rende le cose difficili per la sinistra.
Nel 2004 infatti le andò tutto bene. Alle europee la lista Uniti nell’Ulivo ottenne il 31,1% mentre tutta la sinistra arrivò al 46,2%. Alle comunali riuscì a conquistare 24 comuni capoluogo su 30, tra cui città importanti come Bergamo, Pavia, Padova, Bari. Alle provinciali vinse in 51 delle 60 province che allora andarono al voto (questa volta sono 62), tra cui Torino, Milano, Belluno, Cremona, Lecco, Bari. Un risultato impossibile da replicare oggi nelle condizioni in cui si trova il partito di Franceschini.

Sulla base delle simulazioni fatte utilizzando i dati delle politiche 2008 e delle alleanze 2009 (tabella in pagina) è possibile che possa finire 15 a 15 nei comuni capoluogo e 25 a 37 nelle province. Come dire che, nel totale delle amministrazioni principali, si passerebbe da un 75 a 15 per il centro-sinistra a un 52 a 40 per il centro-destra. Ovviamente, va ribadito, esclusivamente sulla base dei dati elettorali del 2008.
È praticamente certo che la sinistra manterrà quasi tutte le sue posizioni nei comuni e nelle province di Emilia, Toscana, Umbria e Marche. Ma non sarà così altrove. Nei comuni del Nord non finirà 6 a 2 come nel 2004 e nelle province non finirà 13 a 7. Al Sud il risultato fu di 6 a 3 nei comuni e 17 a 2 nelle province. Anche qui le tabelle sotto evidenziano un cambiamento significativo. Eppure anche se i numeri non saranno certamente quelli del 2004 la sinistra limiterà i danni e la delusione se riuscirà a mantenere alcune posizioni chiave, soprattutto al Nord. Oltre alla percentuale di voti che Pd e Pdl otterranno alle europee saranno i risultati di Bergamo, Padova, Milano, Bari a condizionare il giudizio complessivo su queste elezioni. Ma questo non è l’unico elemento di interesse di questa tornata elettorale.

In primo luogo si evidenzia la tenace persistenza della frammentazione partitica. Grazie alla soglia del 4% alle europee e all’esito delle ultime politiche questa antica patologia del nostro sistema politico – almeno per ora – è stata bloccata a livello nazionale. Non così invece a livello locale. Nei 30 comuni capoluogo si sono presentate in media 17 liste. A Bari sono addirittura 30. Nelle province il numero medio è 18,3. A Torino ce ne sono 34, a Cosenza arrivano a 38. C’è qualcosa che non va nella legge elettorale. È vero che sindaci e presidenti di provincia sono eletti direttamente. È vero che la loro stabilità è assicurata dalla regola per cui un eventuale voto di sfiducia da parte dei consigli porta automaticamente ad elezioni anticipate. È vero che non tutte queste liste otterranno seggi. Ma è anche vero che saranno comunque tante, troppe, a essere rappresentate nei consigli in assenza di soglie di sbarramento efficaci. E allora con questi livelli di frammentazione la stabilità degli esecutivi rischia di essere pagata a caro prezzo. Come si fa a governare efficacemente con coalizioni rissose formate da un numero così elevato di partiti?

A livello nazionale le ultime elezioni hanno portato alla formazione di due mini-coalizioni. Il governo Berlusconi è formato da due partiti (tre se si conta il Mpa). A livello locale invece continua la pratica delle maxi-coalizioni sia a destra che a sinistra. In media le coalizioni comunali di sinistra sono formate da 6,1 liste, quelle di destra da 5,3. Ma le differenze locali sono notevoli. La media nasconde situazioni assurde. A Bari sono addirittura 15 le liste che appoggiano il candidato-sindaco della destra. A livello provinciale è la stessa cosa. Le coalizioni di sinistra hanno in media 5,8 liste e quelle di destra 5,9. Ma a Salerno le liste della destra sono 17 e a Rieti 16. A Cosenza ciascuno dei due candidati principali è sostenuto da 15 liste.
Il quadro complessivo delle liste permette considerazioni interessanti anche sulle alleanze. Rifondazione comunista – quella di Ferrero, non quella di Vendola – è alleata al Pd in 13 comuni su 30. L’Udc è alleata al Pdl in 10 comuni e non è mai alleata al Pd. Negli altri comuni corre da sola in attesa di decidere cosa fare eventualmente al secondo turno. Questi sono i due casi più interessanti per le loro implicazioni nazionali. Poi ci sono gli altri casi.

La Destra di Storace che è insieme al Pdl in 4 comuni. Di Pietro che corre da solo in 5 casi. La Lega che a Pesaro e Reggio Emilia ha una lista propria. Poi ci sono liste come il Nuovo Psi, che avrebbero dovuto confluire dentro il Pdl ma sono ancora vive e vegete in certe realtà locali.
Ma la cosa che colpisce di più è la proliferazione di liste civiche di ogni colore. Sono sigle che servono a diversi scopi: costituirsi una rendita di posizione, fare incursioni nell’elettorato altrui, dimostrate la forza dei candidati rispetto a quella del partito. Ma il loro effetto sistemico è quello di indebolire i grandi partiti di cui invece c’è bisogno sia a livello nazionale che a livello locale per avere una vera democrazia governante.

Questo quadro è lo specchio di un paese in cui la rappresentanza politica è ancora in cerca di una ricomposizione stabile. Il sistema politico italiano non ha ancora trovato un suo punto di equilibrio. Non dipende solo dalle regole, ma senza regole tutto diventa più difficile. Perciò a livello locale, ma non solo, è necessario intervenire per correggere la legge elettorale. Ci vuole una soglia vera e ci vuole una norma che impedisca a liste-civetta di portare acqua ai candidati-sindaco e ai candidati-presidente. Le prossime elezioni forniranno una ragione in più.

Add comment Giugno 5, 2009

Contano i valori, non i partiti

La storia, Contano i valori, non i partiti per noi è inevitabile votare a destra
Repubblica — 06 aprile 2006 pagina 9 sezione: POLITICA INTERNA

ROMA – Nel seggio della famiglia Zingaretti (madre, padre, 3 figli presenti su 6, nuora e consuocero) il centro-destra vince 7 a 0. Trionfa Alleanza Nazionale, in realtà. Perché la mamma è «innamoratissima di Fini», il padre (che votava dc nella prima repubblica) pensa che tutti siano riciclati tranne quelli di An, la nuora ha avuto un cedimento ad personam per l’ Udc, ma solo alle europee. I ragazzi si accodano. Lo slogan è: «Stiamo con la coalizione, non con il candidato». Annoterò: «Fini ha classe, Berlusconi no». «Berlusconi parla troppo e male», «Ha l’ arroganza di chi ha i soldi» e, dovendogli trovare qualcosa di positivo: «Meglio lui di Prodi» e un memorabile: «A Natale, tre anni fa, regalò a tutti i dipendenti del governo un cd di, come si chiama, Apicella, un po’ come trovarsi una rosa sulla scrivania: fa piacere». è anche questo un paradosso italiano.

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Add comment Novembre 6, 2008

Il Paese in piena sfiducia

MAPPE / Il Cavaliere scende dal 61,4% al 46,4%, ma il leader Pd
fa anche peggio e cade dal 65% al 40,7%. Prodi, due anni fa, era al 59%

Il Paese in piena sfiducia
Crollano Berlusconi e Veltroni

Largo dissenso sul carattere “ad personam” delle iniziative in tema di giustizia
I partiti: fermo il Pdl, cala il Pd. Crescono Idv, Udc e Lega

Tre mesi dopo le elezioni il Paese è tornato alla normalità triste degli ultimi anni. Sprofondato nella sfiducia. Berlusconi non ha fatto miracoli, neanche stavolta. D’altronde, a differenza del passato, in campagna elettorale non li aveva promessi. Né, probabilmente, gli elettori gli avrebbero creduto.

I DATI COMPLETI SU “ATLANTE POLITICO” (http://www.demosonline.it/a00168.php)
Gli italiani non hanno votato per lui, il Pdl e la Lega sulla “fiducia”. Ma per “sfiducia” nei suoi
avversari. Nell’Unione che aveva governato, faticosamente, per neppure due anni. Tre mesi dopo
il voto la nebbia è ripiombata e ha avvolto tutto e tutti. Veltroni e il Pd, che nelle stime elettorali
scivola indietro. Ma anche Berlusconi e il governo. Verso il quale esprime fiducia il 44% degli
elettori. Quindici punti in meno (ripetiamo: 15) rispetto al gradimento ottenuto dal deprecato
governo Prodi esattamente due anni fa. Tre mesi dopo il voto, come oggi. Certo, nel luglio 2006
Prodi aveva “monetizzato” alcuni importanti successi, politici e non: a) il referendum che aveva
bocciato le riforme istituzionali volute dalla precedente maggioranza di centrodestra; b) la
soddisfazione suscitata dal decreto Bersani sulle liberalizzazioni; c) infine, la vittoria della
nazionale italiana ai mondiali di calcio in Germania. Un patrimonio di fiducia che il governo Prodi Walter Veltroni
avrebbe dissipato in fretta, a partire dalla legge sull’indulto, poche settimane dopo. Tuttavia, due
anni fa, l’Unione aveva vinto le elezioni quasi per caso, mentre il centrodestra di Berlusconi, tre
mesi fa, ha conseguito un trionfo. Ciò nonostante, nel Paese è tornata la sfiducia di sempre.
Quattro le ragioni, suggerite dal sondaggio.
1. In primo luogo, l’insoddisfazione verso le prospettive dell’economia nazionale e familiare: mai
così elevata, mai così diffusa negli ultimi tre anni.
2. Poi, l’insicurezza, sottolineata dal sostegno popolare ai provvedimenti del governo
sull’immigrazione clandestina e sull’impiego dell’esercito. A nostro avviso (lo abbiamo già scritto)
inefficaci, prima ancora che inaccettabili. Ma, comunque, graditi ai più, perché intercettano le
paure diffuse nella società. Tuttavia – come dimostrano i dati del sondaggio – rispondere alle
paure alimentandole ulteriormente, non genera consenso. Ma il contrario.
3. La contrarietà espressa da gran parte dei cittadini verso i progetti annunciati e, in parte, avviati
dal governo: per limitare le intercettazioni telefoniche nelle indagini, per bloccare i procedimenti
giudiziari (cosiddetti) minori, per re-introdurre l’immunità a favore delle alte cariche dello Stato.
Queste iniziative hanno suscitato un ampio dissenso, principalmente per quattro ragioni: a)
perché molti le hanno considerate “ad personam”; finalizzate, cioè, a risolvere i problemi
“personali” del premier prima di quelli “generali” dei cittadini; b) la sospensione dei processi, in
particolare, è apparsa, per taluni versi, una sorta di mini-indulto; e, per questo, in contrasto con
l’insicurezza diffusa; c) perché evocano l’idea, il sospetto di privilegi di “casta”, utili, soprattutto, al
ceto politico.
4. In definitiva, queste iniziative hanno alimentato il sentimento antipolitico: fattore decisivo nel
deprimere il consenso verso le istituzioni e la classe politica, in generale; e, in particolare, verso
il governo di centrodestra e il premier. Perché, a differenza di pochi mesi fa, oggi “governano”.
Appunto.
Questo clima politico si traduce fedelmente nelle intenzioni di voto.
Ne escono, infatti, rafforzati i partiti che più di tutti gli altri
interpretano e amplificano il sentimento antipolitico. La Lega, da un
lato, ormai vicina al 9%. La Lista Di Pietro (Idv), dall’altro, proiettata
oltre il 7%. Parallelamente, tutti i leader politici subiscono un calo di
fiducia, In particolare Walter Veltroni. Il quale ha perduto oltre venti
punti nel gradimento degli elettori, rispetto a due mesi fa. Quando
era “il più amato di tutti”. Apprezzato, in modo trasversale. Ora,
invece, dopo la fine del dialogo, il suo gradimento fra gli elettori di
centrodestra è crollato. E ha subito una flessione anche nella base
elettorale del Pd. Dove in pochi, tuttavia, ne mettono in discussione
il ruolo e la leadership.
D’altronde, Veltroni e il Pd, oggi, si trovano ad agire in una
posizione sicuramente scomoda. Il muro di Arcore non accenna a crollare; e gli impedisce di
penetrare al centro, dove l’Udc non si limita a presidiare il suo pezzetto di mercato elettorale, ma
lo allarga. Mentre è insidiato da Di Pietro, artefice di una opposizione intransigente. Si presenta
come leader del Partito dei Magistrati. Trasformati, di nuovo, in protagonisti politici. Anzitutto, da Berlusconi: che ne ha fatto il Nemico. A cui non piegarsi. Anzi da piegare. Per questo, il calo di
consenso per il governo e il premier non avvantaggia il Pd, il quale, anzi soffre. Nelle stime
elettorali scende sotto il 30%. Stretto fra le difficoltà del dialogo e la pressione delle componenti
che rivendicano un’opposizione più radicale.
In questa stagione, solcata da profondi conflitti istituzionali, tuttavia, nessuno si salva.
Per fare riferimento ai due principali antagonisti: la fiducia nel Presidente del Consiglio supera di
poco il 40%; quella verso i magistrati si ferma ancor più in basso: intorno al 35%. Si assiste, cioè,
a un gioco a somma negativa, nel quale la fiducia nella democrazia e nelle sue istituzioni declina.
Degrada. Solo il Presidente della Repubblica resiste. Apprezzato da quasi tre italiani su quattro.
Perché, come prima di lui Ciampi, Giorgio Napolitano, in un periodo buio della nostra
Repubblica, alla maggioranza degli italiani appare come un “gancio”. Un’ancora. A cui
aggrapparsi, per non “perdersi” in questo Paese senza bussole, senza appigli e senza sponde.
Dove latitano riferimenti certi e condivisi.
D’altra parte, la strategia del dialogo, promossa da Veltroni e accolta da Berlusconi in campagna
elettorale, dopo il voto si è rapidamente consumata, nonostante gran parte degli elettori continui
a ritenerla necessaria. Mentre il bipartitismo sembra molto più relativo. Neppure il bipolarismo di
un tempo regge. Non c’è più un Paese diviso in due. Visto che le divisioni politiche e antipolitiche
attraversano i due schieramenti, dall’interno. Soprattutto il centrosinistra. Per il quale la
manifestazione promossa, martedì prossimo, da MicroMega a sostegno dei magistrati e contro
Berlusconi costituisce, certamente, una sfida. Condivisa, senza condizioni, da una minoranza,
per quanto significativa: 2 elettori su 10, in generale; quasi 3 fra quelli del Pd. Ma oltre 4 nella
base dell’Idv. La maggioranza degli elettori di centrosinistra, invece, ne approva la sostanza, non
la forma. In altri termini: vorrebbe attendere, cercare altre vie e altre strade, per fare opposizione,
prima di affidarsi alla piazza. O ai magistrati.
In questo Paese confuso, dove coabitano a fatica una maggioranza delusa, un’opposizione
divisa e istituzioni deboli, è forte la tentazione di fuggire. O almeno di cambiar canale. Voltare
pagina. Dimenticare la politica e l’antipolitica passando direttamente al gossip.
Ma non ci accorgeremmo della differenza.
(6 luglio 2008)

Add comment Luglio 6, 2008

UN ESERCITO NASCOSTO NELLA GUERRA DEI SONDAGGI

UN ESERCITO NASCOSTO NELLA GUERRA DEI SONDAGGI (tratto da www.lavoce.info)
di Laura Fumagalli e Emanuela Sala     29.04.2008
Ancora una volta il risultato elettorale ha smentito i sondaggi della vigilia. Che in Italia sono condotti su un campione estratto dall’elenco telefonico. Una pratica basata implicitamente sull’assunto dell’identità fra intenzioni di voto di chi è presente nella lista di campionamento e chi ne risulta sistematicamente escluso, perché il suo numero di telefono non è nella guida. Invece, i due gruppi manifestano a priori un livello di interesse e partecipazione alla politica ben diverso. Ragionevole ipotizzare che anche i loro comportamenti elettorali siano differenti.
Così come era già accaduto nel 2006, i sondaggi non hanno saputo prevedere l’esito delle elezioni politiche. Due esempi per tutti. Un’indagine campionaria condotta da Ipr  il 5 e 6 marzo 2008 ha attribuito alla Sinistra-l’Arcobaleno il 7,5 per cento dei consensi alla Camera e il 6,5 per cento al Senato, mentre ha stimato per la Lega Nord una percentuale fra il 4,5 a Montecitorio e il 5 per cento a Palazzo Madama. (1) Secondo un’altra rilevazione effettuata dalla Swg l’11 marzo 2008, la coalizione guidata da Bertinotti avrebbe ottenuto una quota dell’elettorato compresa tra il 6,5 e il 7 per cento, mentre il Popolo della Libertà avrebbe avuto un solo punto percentuale di vantaggio sul Partito democratico. Infine, alla lega Nord sarebbero andati circa il 7 per cento dei voti.
I risultati delle elezioni hanno smentito le previsioni, decretando l’esclusione della Sinistra-l’Arcobaleno dal Parlamento, sancendo l’ascesa della Lega fin oltre l’8 per cento su base nazionale e segnando uno scarto di più di quattro punti a favore del Pdl sul Pd. Già in tempi non sospetti abbiamo denunciato la possibilità di gravi errori nelle stime fornite dai sondaggi.
Quali sono, allora, le ragioni all’origine dello scarso potere predittivo delle indagini campionarie condotte in occasione delle ultime tornate elettorali? Perché, in altri termini, i sondaggi “sbagliano”?

COME SI COSTRUISCE UN SONDAGGIO

La qualità di un sondaggio, e con essa la precisione delle stime a cui dà origine, è determinata principalmente da due fattori: le scelte in merito alle procedure metodologiche adottate (definizione del piano di campionamento, scelta del metodo di rilevazione dei dati, livelli dei tassi di risposta, procedure di aggiustamento ex post dei dati eccetera) e la serietà scientifica con cui tali procedure vengono poi, nei fatti, implementate. In questa sede ci focalizziamo principalmente su questioni attinenti la definizione del piano di campionamento e la scelta del metodo di rilevazione dati.
I sondaggi condotti per indagare l’orientamento politico e le intenzioni di voto degli italiani sono effettuati principalmente con il metodo Cati, Computer Assisted Telephone Interview, ovvero attraverso interviste telefoniche. (2) Per quanto riguarda, invece, il campione da intervistare, sembrerebbe essere estratto dagli elenchi telefonici. (3)
La pratica di condurre sondaggi politici esclusivamente su un campione estratto dall’elenco telefonico si basa implicitamente su un forte assunto: l’identità fra comportamenti elettorali e intenzioni di voto di individui appartenenti a nuclei familiari presenti nella lista di campionamento, ovvero elettori potenzialmente intervistabili, e persone che fanno parte di famiglie che ne risultano sistematicamente escluse, cioè elettori non intervistabili a priori, in quanto il loro numero di telefono non è riportato nell’elenco telefonico.
Abbiamo condotto un’analisi empirica sui dati dell’ “Indagine multiscopo – Aspetti della vita quotidiana 2006” per verificare se le procedure di definizione del campione adottate dai principali centri di ricerca possano dare luogo a stime distorte. (4) In assenza di dati relativi al 2008, discutiamo il caso delle elezioni politiche 2006, tornata elettorale in cui le previsioni dei sondaggi si sono rivelate poco attendibili. (5) Riteniamo comunque che le conclusioni a cui giungeremo forniscano utili indicazioni per comprendere le ragioni dello scostamento fra i risultati previsti dalle rilevazioni campionarie e quelli effettivamente ottenuti anche in occasione del voto di aprile 2008.

NON TUTTE LE FAMIGLIE SONO UGUALI

Nel 2006 i nuclei familiari il cui numero non appare nell’elenco telefonico costituiscono quasi il 30 per cento delle famiglie italiane, con forti variazioni regionali che oscillano fra il 42,4 per cento della Sicilia e il 18,6 per cento della Toscana. Gli individui appartenenti a nuclei familiari non intervistabili, inoltre, sono caratterizzati da livelli di partecipazione politica inferiori rispetto agli altri. (6) Ad esempio, il 26,4 per cento di coloro che vengono campionati dai sondaggi hanno ascoltato dibattiti politici nei dodici mesi precedenti l’intervista, contro il 20,3 per cento degli esclusi dalle rilevazioni (tabella 1), mentre il 36,4 per cento degli individui che appartengono a nuclei familiari il cui numero è presente nell’elenco telefonico si informano quotidianamente sui fatti della politica italiana contro il 26,9 per cento degli altri. Infine, le differenze tra i diversi indicatori dei comportamenti politici sembrano acuirsi qualora si considerino forme di partecipazione che implicano un maggior grado di continuità o di impegno, come ad esempio il contribuire attivamente alla vita di un partito (tabella 1).

Tabella 1. Partecipazione politica a livello individuale (percentuali di risposte affermative)

Individui intervistabili      Individui non intervistabili
Partecipazione a riunioni partiti***                     4,0                                     3,1
Partecipazioni a comizi                                       5,3                                     5,1
Partecipazioni a cortei **                                     5,2                                    4,5
Ascolti dibattiti***                                             26,4                                   20,3
Soldi a partiti ***                                                 3,4                                      2,2
Svolgimento attività gratuita per un partito***    1,6                                     1,1

Fonte:  Indagine multiscopo Istat – Aspetti della vita quotidiana, 2006. Dati pesati.

Nota: ** Differenze statisticamente significative al 5%; *** Differenze statisticamente significative all’1%. N varia tra 40.191 individui (partecipazione a riunioni di partiti) e 40.322 individui (partecipazione a comizi).

Tabella 2.  Coinvolgimento politico a livello individuale (percentuali di colonna)

Frequenza con cui parla di politica    Frequenza con cui si informa dei fatti della politica italiana
Individui intervistabili     Indiv. non interv.  Indiv. interv.    Ind. non interv.
Tutti i giorni                                                        10,4                              8,3                36,4                26,9
Qualche volta a settimana                                   23,6                             19,2               21,4                20,2
1 volta a settimana                                               5,7                               5,0                 3,8                  4,0
Qualche volta al mese (meno di 4 volte)             15,3                             13,2                 8,1                  8,5
Qualche volta all’anno                                        11,4                             12,0                 6,4                  7,3
Mai                                                                     33,7                             42,3                24,1               33,1
N                                                                 30.144                          10.452             30.165           10.436
Fonte: Indagine multiscopo Istat – Aspetti della vita quotidiana, 2006. Dati pesati.

Nota : Differenze statisticamente significative (Chi quadrato di Pearson, significatività: 1%).Poiché i cittadini potenzialmente intervistabili e coloro che non sono intervistabili a priori manifestano un livello di interesse e partecipazione alla politica ben diverso, sembra ragionevole ipotizzare che i due gruppi possano avere anche comportamenti elettorali differenti.
Se così fosse, l’assunto su cui si basa la prassi adottata dagli istituti di ricerca che conducono le indagini campionarie in questione non troverebbe riscontro empirico. Da ciò ne deriva che l’esattezza e la precisione delle stime dei sondaggi elettorali circa l’esito delle elezioni dipende anche dal comportamento di voto degli appartenenti al 30 per cento delle famiglie italiane non intervistabili. Se gli individui esclusi dai sondaggi politici fossero elettori scoraggiati che non si recano alle urne, l’errore di copertura potrebbe essere trascurabile. Se invece votassero, le stime fornite dalle indagini campionarie potrebbero essere errate. Nel caso delle elezioni del 2006, il non previsto sostanziale pareggio fra i due schieramenti potrebbe essere riconducibile proprio a questi meccanismi.

(1) www.sondaggipoliticoelettorali.it
(2) Si veda ancora http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/.
(3) Informazione richiesta direttamente ai principali istituti di ricerca.
(4)Istat (2007), La vita quotidiana nel 2006, Indagine multiscopo annuale sulle famiglie. “Aspetti della vita quotidiana”, Anno 2006, Roma.
(5)Callegaro, M. e Gasperoni, G. (2007): “Non cantare vittoria” la capacità predittiva dei sondaggi preelettorali pubblicati in occasione delle elezioni politiche italiane del 2001 e del 2006. Polisp óliV , XXI, 3, dicembre, pp. 463-487.
(6) Idealmente avremmo voluto verificare l’esistenza di differenze nelle intenzioni di voto o nell’appartenenza politica degli individui facenti parte dei due gruppi oggetto di indagine. Non siamo purtroppo a conoscenza dell’esistenza di dataset che permettano di effettuare tale confronto.

Add comment Maggio 4, 2008

Voto disgiunto e bolcchi “mobili” novità in stile Usa nella sfida romana

di RENATO MANNHEIMER
Gli esiti del voto per il Comune e per la Provincia di Roma hanno lasciato sorpresi molti osservatori. Ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un risultato per molti versi inaspettato, specie per quel che riguarda la differenza tra il dato relativo al Comune e quello provinciale.
Si tratta di un voto che ha, ovviamente, un forte significato politico e conferma, da diversi punti di vista, alcune tendenze già emerse quindici giorni fa.
La vera novità del voto romano sta nelle opzioni disgiunte certamente manifestate da molti elettori. La Provincia ha riprodotto grossomodo l’esito precedente, mentre il Comune ha dato risultati di segno opposto sia rispetto alla Provincia sia al passato.
Qui sta, evidentemente, il significato politico maggiore, che potrà essere spiegato da analisi più sofisticate dei risultati: pare indubbio comunque che gli elettori abbiano voluto in qualche modo «punire» Rutelli e, al tempo stesso, Veltroni.
Ma, al di là delle indicazioni sugli orientamenti dell’elettorato, il risultato di Roma mostra, con la sua difformità, come siano divenute appannaggio dei votanti — e, in una certa misura, quasi pratica di massa — due tendenze sconosciute sino a qualche lustro fa: la mobilità tra blocchi e il voto disgiunto. Gli elettori hanno voluto esprimere, a torto o a ragione, la loro specifica opinione, al di là delle appartenenze di schieramento.
Un numero rilevante di votanti ha mostrato di essere sempre più slegato dai legami politici tradizionali e di voler scegliere in base a valutazioni maturate in relazione alla specifica elezione. Il fenomeno era già stato sottolineato proprio domenica scorsa su queste colonne poiché aveva in qualche misura caratterizzato anche le ultime Politiche.
Un libro sul comportamento elettorale americano di qualche anno fa, titolava
Voters begin to choose, per sottolineare la mobilità crescente negli Stati Uniti.
Forse è giunto il momento di scrivere un libro analogo anche per il nostro Paese.

Add comment Aprile 29, 2008

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