UN ESERCITO NASCOSTO NELLA GUERRA DEI SONDAGGI

UN ESERCITO NASCOSTO NELLA GUERRA DEI SONDAGGI (tratto da www.lavoce.info)
di Laura Fumagalli e Emanuela Sala     29.04.2008
Ancora una volta il risultato elettorale ha smentito i sondaggi della vigilia. Che in Italia sono condotti su un campione estratto dall’elenco telefonico. Una pratica basata implicitamente sull’assunto dell’identità fra intenzioni di voto di chi è presente nella lista di campionamento e chi ne risulta sistematicamente escluso, perché il suo numero di telefono non è nella guida. Invece, i due gruppi manifestano a priori un livello di interesse e partecipazione alla politica ben diverso. Ragionevole ipotizzare che anche i loro comportamenti elettorali siano differenti.
Così come era già accaduto nel 2006, i sondaggi non hanno saputo prevedere l’esito delle elezioni politiche. Due esempi per tutti. Un’indagine campionaria condotta da Ipr  il 5 e 6 marzo 2008 ha attribuito alla Sinistra-l’Arcobaleno il 7,5 per cento dei consensi alla Camera e il 6,5 per cento al Senato, mentre ha stimato per la Lega Nord una percentuale fra il 4,5 a Montecitorio e il 5 per cento a Palazzo Madama. (1) Secondo un’altra rilevazione effettuata dalla Swg l’11 marzo 2008, la coalizione guidata da Bertinotti avrebbe ottenuto una quota dell’elettorato compresa tra il 6,5 e il 7 per cento, mentre il Popolo della Libertà avrebbe avuto un solo punto percentuale di vantaggio sul Partito democratico. Infine, alla lega Nord sarebbero andati circa il 7 per cento dei voti.
I risultati delle elezioni hanno smentito le previsioni, decretando l’esclusione della Sinistra-l’Arcobaleno dal Parlamento, sancendo l’ascesa della Lega fin oltre l’8 per cento su base nazionale e segnando uno scarto di più di quattro punti a favore del Pdl sul Pd. Già in tempi non sospetti abbiamo denunciato la possibilità di gravi errori nelle stime fornite dai sondaggi.
Quali sono, allora, le ragioni all’origine dello scarso potere predittivo delle indagini campionarie condotte in occasione delle ultime tornate elettorali? Perché, in altri termini, i sondaggi “sbagliano”?

COME SI COSTRUISCE UN SONDAGGIO

La qualità di un sondaggio, e con essa la precisione delle stime a cui dà origine, è determinata principalmente da due fattori: le scelte in merito alle procedure metodologiche adottate (definizione del piano di campionamento, scelta del metodo di rilevazione dei dati, livelli dei tassi di risposta, procedure di aggiustamento ex post dei dati eccetera) e la serietà scientifica con cui tali procedure vengono poi, nei fatti, implementate. In questa sede ci focalizziamo principalmente su questioni attinenti la definizione del piano di campionamento e la scelta del metodo di rilevazione dati.
I sondaggi condotti per indagare l’orientamento politico e le intenzioni di voto degli italiani sono effettuati principalmente con il metodo Cati, Computer Assisted Telephone Interview, ovvero attraverso interviste telefoniche. (2) Per quanto riguarda, invece, il campione da intervistare, sembrerebbe essere estratto dagli elenchi telefonici. (3)
La pratica di condurre sondaggi politici esclusivamente su un campione estratto dall’elenco telefonico si basa implicitamente su un forte assunto: l’identità fra comportamenti elettorali e intenzioni di voto di individui appartenenti a nuclei familiari presenti nella lista di campionamento, ovvero elettori potenzialmente intervistabili, e persone che fanno parte di famiglie che ne risultano sistematicamente escluse, cioè elettori non intervistabili a priori, in quanto il loro numero di telefono non è riportato nell’elenco telefonico.
Abbiamo condotto un’analisi empirica sui dati dell’ “Indagine multiscopo – Aspetti della vita quotidiana 2006” per verificare se le procedure di definizione del campione adottate dai principali centri di ricerca possano dare luogo a stime distorte. (4) In assenza di dati relativi al 2008, discutiamo il caso delle elezioni politiche 2006, tornata elettorale in cui le previsioni dei sondaggi si sono rivelate poco attendibili. (5) Riteniamo comunque che le conclusioni a cui giungeremo forniscano utili indicazioni per comprendere le ragioni dello scostamento fra i risultati previsti dalle rilevazioni campionarie e quelli effettivamente ottenuti anche in occasione del voto di aprile 2008.

NON TUTTE LE FAMIGLIE SONO UGUALI

Nel 2006 i nuclei familiari il cui numero non appare nell’elenco telefonico costituiscono quasi il 30 per cento delle famiglie italiane, con forti variazioni regionali che oscillano fra il 42,4 per cento della Sicilia e il 18,6 per cento della Toscana. Gli individui appartenenti a nuclei familiari non intervistabili, inoltre, sono caratterizzati da livelli di partecipazione politica inferiori rispetto agli altri. (6) Ad esempio, il 26,4 per cento di coloro che vengono campionati dai sondaggi hanno ascoltato dibattiti politici nei dodici mesi precedenti l’intervista, contro il 20,3 per cento degli esclusi dalle rilevazioni (tabella 1), mentre il 36,4 per cento degli individui che appartengono a nuclei familiari il cui numero è presente nell’elenco telefonico si informano quotidianamente sui fatti della politica italiana contro il 26,9 per cento degli altri. Infine, le differenze tra i diversi indicatori dei comportamenti politici sembrano acuirsi qualora si considerino forme di partecipazione che implicano un maggior grado di continuità o di impegno, come ad esempio il contribuire attivamente alla vita di un partito (tabella 1).

Tabella 1. Partecipazione politica a livello individuale (percentuali di risposte affermative)

Individui intervistabili      Individui non intervistabili
Partecipazione a riunioni partiti***                     4,0                                     3,1
Partecipazioni a comizi                                       5,3                                     5,1
Partecipazioni a cortei **                                     5,2                                    4,5
Ascolti dibattiti***                                             26,4                                   20,3
Soldi a partiti ***                                                 3,4                                      2,2
Svolgimento attività gratuita per un partito***    1,6                                     1,1

Fonte:  Indagine multiscopo Istat – Aspetti della vita quotidiana, 2006. Dati pesati.

Nota: ** Differenze statisticamente significative al 5%; *** Differenze statisticamente significative all’1%. N varia tra 40.191 individui (partecipazione a riunioni di partiti) e 40.322 individui (partecipazione a comizi).

Tabella 2.  Coinvolgimento politico a livello individuale (percentuali di colonna)

Frequenza con cui parla di politica    Frequenza con cui si informa dei fatti della politica italiana
Individui intervistabili     Indiv. non interv.  Indiv. interv.    Ind. non interv.
Tutti i giorni                                                        10,4                              8,3                36,4                26,9
Qualche volta a settimana                                   23,6                             19,2               21,4                20,2
1 volta a settimana                                               5,7                               5,0                 3,8                  4,0
Qualche volta al mese (meno di 4 volte)             15,3                             13,2                 8,1                  8,5
Qualche volta all’anno                                        11,4                             12,0                 6,4                  7,3
Mai                                                                     33,7                             42,3                24,1               33,1
N                                                                 30.144                          10.452             30.165           10.436
Fonte: Indagine multiscopo Istat – Aspetti della vita quotidiana, 2006. Dati pesati.

Nota : Differenze statisticamente significative (Chi quadrato di Pearson, significatività: 1%).Poiché i cittadini potenzialmente intervistabili e coloro che non sono intervistabili a priori manifestano un livello di interesse e partecipazione alla politica ben diverso, sembra ragionevole ipotizzare che i due gruppi possano avere anche comportamenti elettorali differenti.
Se così fosse, l’assunto su cui si basa la prassi adottata dagli istituti di ricerca che conducono le indagini campionarie in questione non troverebbe riscontro empirico. Da ciò ne deriva che l’esattezza e la precisione delle stime dei sondaggi elettorali circa l’esito delle elezioni dipende anche dal comportamento di voto degli appartenenti al 30 per cento delle famiglie italiane non intervistabili. Se gli individui esclusi dai sondaggi politici fossero elettori scoraggiati che non si recano alle urne, l’errore di copertura potrebbe essere trascurabile. Se invece votassero, le stime fornite dalle indagini campionarie potrebbero essere errate. Nel caso delle elezioni del 2006, il non previsto sostanziale pareggio fra i due schieramenti potrebbe essere riconducibile proprio a questi meccanismi.

(1) www.sondaggipoliticoelettorali.it
(2) Si veda ancora http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/.
(3) Informazione richiesta direttamente ai principali istituti di ricerca.
(4)Istat (2007), La vita quotidiana nel 2006, Indagine multiscopo annuale sulle famiglie. “Aspetti della vita quotidiana”, Anno 2006, Roma.
(5)Callegaro, M. e Gasperoni, G. (2007): “Non cantare vittoria” la capacità predittiva dei sondaggi preelettorali pubblicati in occasione delle elezioni politiche italiane del 2001 e del 2006. Polisp óliV , XXI, 3, dicembre, pp. 463-487.
(6) Idealmente avremmo voluto verificare l’esistenza di differenze nelle intenzioni di voto o nell’appartenenza politica degli individui facenti parte dei due gruppi oggetto di indagine. Non siamo purtroppo a conoscenza dell’esistenza di dataset che permettano di effettuare tale confronto.

Add comment Maggio 4, 2008

Voto disgiunto e bolcchi “mobili” novità in stile Usa nella sfida romana

di RENATO MANNHEIMER
Gli esiti del voto per il Comune e per la Provincia di Roma hanno lasciato sorpresi molti osservatori. Ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un risultato per molti versi inaspettato, specie per quel che riguarda la differenza tra il dato relativo al Comune e quello provinciale.
Si tratta di un voto che ha, ovviamente, un forte significato politico e conferma, da diversi punti di vista, alcune tendenze già emerse quindici giorni fa.
La vera novità del voto romano sta nelle opzioni disgiunte certamente manifestate da molti elettori. La Provincia ha riprodotto grossomodo l’esito precedente, mentre il Comune ha dato risultati di segno opposto sia rispetto alla Provincia sia al passato.
Qui sta, evidentemente, il significato politico maggiore, che potrà essere spiegato da analisi più sofisticate dei risultati: pare indubbio comunque che gli elettori abbiano voluto in qualche modo «punire» Rutelli e, al tempo stesso, Veltroni.
Ma, al di là delle indicazioni sugli orientamenti dell’elettorato, il risultato di Roma mostra, con la sua difformità, come siano divenute appannaggio dei votanti — e, in una certa misura, quasi pratica di massa — due tendenze sconosciute sino a qualche lustro fa: la mobilità tra blocchi e il voto disgiunto. Gli elettori hanno voluto esprimere, a torto o a ragione, la loro specifica opinione, al di là delle appartenenze di schieramento.
Un numero rilevante di votanti ha mostrato di essere sempre più slegato dai legami politici tradizionali e di voler scegliere in base a valutazioni maturate in relazione alla specifica elezione. Il fenomeno era già stato sottolineato proprio domenica scorsa su queste colonne poiché aveva in qualche misura caratterizzato anche le ultime Politiche.
Un libro sul comportamento elettorale americano di qualche anno fa, titolava
Voters begin to choose, per sottolineare la mobilità crescente negli Stati Uniti.
Forse è giunto il momento di scrivere un libro analogo anche per il nostro Paese.

Add comment Aprile 29, 2008

L’ANALISI SONO IL 25% DEGLI ELETTORI

Da www.corriere.it

L’ANALISI SONO IL 25% DEGLI ELETTORI
Gli indecisi? Alla fine tanti si asterranno
Le tribù: arrabbiati e «infedeli»

Oggi è il gran giorno degli indecisi, che rappresentano, ancora alla vigilia delle elezioni, il 25% dell’elettorato (ma molti si asterranno). Su di loro si concentrano in queste ore le attenzioni dei leader. Ma la generica dizione di «indecisi» comprende più categorie di persone: se ne possono individuare almeno cinque tipi. Il più numeroso (grosso modo il 60% degli indecisi) è costituito dai disinteressati alla politica. Sanno delle elezioni, ma se ne sentono estranei, poiché non riguardavano la loro quotidianità. Tanti finiranno col non votare. Giacomo M., operaio veneto: «Io non ci ho mai capito niente. Ho altro a cui pensare. Domenica sto a casa».

Ma per alcuni il senso del dovere civico finisce col prevalere. Francesca F., impiegata abruzzese: «A scuola dicevano che bisogna assolutamente votare. Allora, negli ultimi giorni, ho provato a guardare un po’ di politici alla televisione. Ce n’è uno che mi pare più carino. La volta scorsa ho deciso proprio nella cabina (nel 2006 si è comportato così il 5% degli elettori) ma credo che lo voterò». Una seconda categoria (all’incirca il 25%) ha già un orientamento di massima, centrodestra o centrosinistra, ma è comunque perplesso. Spesso l’abitudine a votare il «proprio» partito, che rispecchia interamente le opinioni personali, cozza contro la pur condivisa adesione ad una logica bipolare. Augusto B., avvocato a Roma: «Io ho sempre votato a sinistra. Ho provato a capire dai giornali qual è il voto davvero “utile”. Ma ho visto che la cosa cambia di regione in regione. Mi consulterò con un amico esperto ».

Anche qui c’è chi è attratto dall’astensione: Maria C., casalinga a Belluno: «Nel 2006 ho scelto Prodi, che poi mi ha deluso. Adesso dovrei votare Veltroni che però non mi convince del tutto. Non so ancora se andrò alle urne. Intanto ascolto ciò che dice alla televisione». Ci sono poi gli arrabbiati (10% degli indecisi), persone letteralmente disgustate dalla politica e dai suoi protagonisti. Ludovico G., architetto in provincia di Napoli: «Sono tutti uguali. Ce n’è uno che mi sembra un po più onesto degli altri. O voto lui o mi astengo. Sto facendo una ricerca su Internet per saperne di più e scegliere ». La quarta categoria di indecisi (5% circa) è rappresentata da chi è uso al voto «eterodiretto» e segue le indicazioni di una terza persona, ritenuta più esperta o, più spesso, capace di individuare la scelta più vantaggiosa.

L’ultimo gruppo è il più modesto numericamente (meno dell’1%). Sono gli «analisti imparziali». Persone spesso molto interessate alla politica e che tuttavia non si sentono necessariamente appartenenti né tanto meno identificate con uno schieramento. Cercano di valutare pregi e difetti di ciascuno per scegliere poi «razionalmente ». Anna F., consulente a Milano: «Ho letto tutto e di tutto. Quasi quasi faccio come suggerisce Sartori: voto uno al Senato e l’altro alla Camera ». Nel loro insieme, gli indecisi sono i veri protagonisti di queste ore. Dal loro orientamento dipende, ancora una volta, l’esito finale delle consultazioni.

Renato Mannheimer

Add comment Aprile 13, 2008

Il voto «volatile» al Sud sarà decisivo

Il voto «volatile» al Sud sarà decisivo
di Roberto D’Alimonte

tratto da www.ilsole24ore.com

Alla fine è possibile che queste elezioni si decidano al Sud. E sarebbe uno dei tanti paradossi di cui è costellata la vita politica italiana: gli elettori meridionali che danno la vittoria ad una coalizione, quella di Berlusconi, che contiene il partito – la Lega – che fa degli interessi del Nord la sua bandiera.
Il fatto è che l’Italia elettorale è divisa grosso modo in tre parti: le regioni del Nord dove prevale nettamente il voto a destra (soprattutto nel Nord-est), le regioni del Centro (la ex zona rossa) dove prevale nettamente il voto a sinistra e le regioni meridionali (dal Lazio alla Sardegna) dove gli orientamenti di voto sono più incerti e più mobili. Anche nelle altre zone ci sono elettori che da una elezione all’altra cambiano voto ma al Sud ce ne sono di più e soprattutto sono di più gli elettori capaci di cambiare non solo voto ma anche schieramento. Come ha ben dimostrato un sondaggio condotto nel 2006 in queste regioni da Tolomeo Studi e ricerche su un campione di 12mila elettori circa un terzo ha cambiato la propria scelta di voto rispetto al 2001. Questa maggiore volatilità del voto meridionale è la ragione per cui il Sud è spesso decisivo. Il fenomeno si coglie bene nei grafici in pagina.
Fu così anche nelle elezioni del 2006. Allora è stata l’Unione a beneficiarne. Alla Camera in questa area raccolse meno voti della Cdl (49,5 contro 50,1) ma molti di più di quanti nelle precedenti elezioni del 2001 avesse preso lo schieramento di centro-sinistra, anche allargato alla lista di Di Pietro che all’epoca correva per conto suo. Inoltre senza tener conto della Sicilia, da sempre roccaforte del centro-destra al Sud, l’Unione raccolse complessivamente più voti della Cdl tanto da sopravanzarla in sette regioni su nove alla Camera. Quanto al Senato l’Unione vinse il premio in 5 regioni su otto (il Molise ha un diverso sistema di voto). La Cdl vinse in Lazio (mentre alla Camera aveva preso meno voti dell’Unione) in Puglia e in Sicilia. Il buon rendimento dell’Unione al Sud, sommato al suo predominio nelle regioni del Centro e al suo recupero in quelle del Nord, le diedero una risicata maggioranza di voti alla Camera e una altrettanta risicata maggioranza di seggi al Senato.
I sondaggi pubblicati prima del black out hanno fotografato una situazione diversa da quella del 2006. Le tendenze elettorali anche qui sono cambiate. E naturalmente è cambiata l’offerta politica: all’Unione e alla Cdl si sono sostituite le liste del Pd/Idv e del Pdl/Mpa. La combinazione di nuova offerta politica e relativamente elevata mobilità elettorale potrebbe riservare delle sorprese. Però, se il voto del 13 aprile confermasse le tendenze radiografate durante il mese di marzo la coalizione di Berlusconi dovrebbe essere avvantaggiata. Secondo le nostre stime, fatte sulla base dei voti del 2006 corretti secondo i dati della media dei sondaggi di marzo, la lista Pdl/Mpa dovrebbe ottenere almeno un milione di voti in più di quella di Veltroni. Nel 2006 invece la differenza tra Unione e Cdl fu di 100.000 voti a favore della Cdl su 16 milioni di voti validi.
Ma la vera partita si giocherà al Senato. Sulla base dei nostri calcoli, ma anche dei sondaggi fin qui pubblicati, rispetto al 2006 il Pdl potrebbe vincere in tutte le regioni tranne la Basilicata, da sempre roccaforte del centro-sinistra al Sud, e la Calabria.
Ma una cosa sono le stime e altra cosa i voti. Come si è detto il voto al Sud è ballerino. La mobilità dell’elettorato meridionale rende ancora più imprevedibile in questa area l’esito del voto. Qui ci sono quattro regioni in cui può succedere di tutto: Lazio, Abruzzi, Calabria e Sardegna. Solo con l’apertura delle urne il pomeriggio del 14 Aprile e l’estrazione delle schede si saprà l’esito della lotteria. Tanto più che nelle regioni meridionali peseranno in maniera sensibile due fattori la cui influenza è difficile stimare oggi: il tasso di affluenza alle urne e il ruolo dei “grandi elettori”.

5 aprile 2008

Add comment Aprile 7, 2008

Quanto conta il voto del partito che non vota

Tratto da www.repubblica.it

Quanto conta il voto del partito di chi non vota
ILVO DIAMANTI
Alle legislative del 2006, oltre il 15% degli elettori dichiararono di aver deciso per quale partito votare nell’ultima settimana. Il 6% il giorno stesso (indagine postelettorale di LaPolis, Università di Urbino). In pratica, nel tragitto fra casa e il seggio. Magari: in cabina, aprendo la scheda. Perché la scelta di voto non è un atto scontato. Le radicate fedeltà di un tempo, nel tempo, si sono sfaldate. Insieme ai partiti intorno a cui si erano formate. Poi, non bisogna credere che tutte le persone siano egualmente interessate alla politica. Al contrario: è vista dai più con indifferenza e, talora, con fastidio. Per cui, non si deve pretendere che fin dal primo giorno di campagna elettorale tutti gli elettori si chiedano – e sappiano – per chi votare.

In numerosi casi, peraltro, le convinzioni cambiano. Anche quando sembrano solide. L’elettore deciso a cambiare, al momento del voto, spesso ritorna sui suoi passi. Oppure, viceversa: l’elettore privo di dubbi, al momento del voto, di fronte alla scheda decide di svoltare. Un segno e via.

Naturalmente, ogni elezione fa storia a sé. Le politiche del 2006 si tradussero in una sorta di scontro bellico-mediatico, che infiammò la campagna. Così, Berlusconi mobilitò molti elettori di centrodestra, affetti dalla delusione e dall’apatia. Questa volta il discorso è diverso. La campagna elettorale appare più apatica degli elettori. I due principali candidati alla vittoria finale intenzionati a confrontarsi solo a distanza. Degli scontri di due anni fa, oggi, risuonano solo echi lontani. In tivù, ormai, passano perlopiù i candidati degli altri partiti, alla caccia di visibilità. E del quorum.

Per cui è probabile che la quota di coloro che ancora non hanno deciso oppure, più semplicemente, non si sono ancora posti il problema, sia più ampia di due anni fa. Molto più ampia, diremmo. Anche perché, rispetto al passato, è cambiata l’offerta politica. I partiti, le sigle, le coalizioni. Molti elettori non hanno ancora compreso le novità e i cambiamenti di questa fase. Altri, invece, non le hanno metabolizzate; stentano ad accettarle. Per cui, la quota degli incerti, a una settimana dal voto, è alta. Crediamo che si estenda a poco meno di tre elettori su dieci. Non abbiamo dati precisi; ma, soprattutto, non li possiamo dare. Per par condicio. Per cui, ragioniamo a spanne.

Un terzo di questi “elettori in bilico” sono distaccati, estranei alla politica. Non è improbabile che, alla fine, se la giornata è bella – e forse anche se il tempo è brutto – si scordino di votare. I rimanenti “elettori in bilico” si dividono a metà, tra indecisi e (potenziali) astensionisti. In altri termini: fra elettori che non hanno deciso “per chi” oppure “se” votare. In entrambi i casi, prevalgono coloro che, nel 2006, avevano votato per il centro-sinistra. Soprattutto per la lista dell’Ulivo. Ma è significativo anche il peso degli elettori di centro.

Gli elettori incerti, perlopiù, sono orientati da una “certezza inconsapevole”. Al momento del voto, in altri termini, esprimeranno la scelta di sempre (lo hanno sottolineato, fra gli altri, Pagnoncelli, Vannucci e Natale). Basta offrire loro una buona ragione. Diverso è il discorso degli astensionisti. I quali, in questa occasione, si presentano in modo parzialmente nuovo e diverso rispetto alle elezioni precedenti. In quanto non si esauriscono nei tipi tradizionali.

Nell’astensionista marginale: estraneo alla politica anche perché socialmente periferico. Oppure nell’elettore indifferente, che, se risvegliato, si colloca perlopiù a destra.

In questa fase, invece, appare particolarmente esteso un atteggiamento di “astensione attiva”. Spesso dichiarata. Proclamata. Espressa, ripetiamo, soprattutto da elettori di centrosinistra. Informati, spesso politicamente coinvolti. Facendo riferimento ad alcune indagini condotte in questa fase (da Demos, Ipsos e SWG), possiamo individuare tre tipi principali.

a) I “vaffa”. Considerano il Pd uguale agli altri partiti. Perché non ha rinunciato ai privilegi della Casta. Ha mantenuto in lista troppi esponenti della nomenclatura, qualche indagato e molti volti nuovi di cui non si sentiva il bisogno.

b) I “tradizionalisti”. Fedeli alle tradizioni politiche più radicate. Ex-comunisti ed ex-democristiani. Oppure: ex-diessini e popolari. Non si capacitano, di fronte a un soggetto politico nuovo, come il Pd. Che, per scelta, ha reciso i legami con il passato. E guarda altrove: all’America, all’Inghilterra di Blair. O, peggio, all’Italia di Berlusconi. A maggior ragione, stentano a riconoscersi nel “melting pot” della Sinistra Arcobaleno.

c) I “radical”. Sofisticati, considerano l’approccio del Pd di Veltroni troppo frivolo e mite. Troppo dissociato. Troppo incline alla filosofia del “ma anche”. Troppo pop. Meglio: nazionalpopolare. Scarsamente laico. Troppo lib e poco lab. Stressato fra la Binetti e Calearo.
Per gran parte di questi elettori, l’astensione è una scelta. Il “voto di chi non vota” (efficace titolo di un volume curato da Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino, pubblicato anni fa dal Mulino).

Questi tre tipi di astensionisti risultano, tutti, attraversati da un sentimento comune e condiviso. La frustrazione prodotta dall’assenza del Nemico. Dalla scomparsa di Berlusconi dal discorso politico di Veltroni. Che ha rinunciato perfino a nominarlo. Usa perifrasi, come: “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. E lo fa in modo aperto e provocatorio. Per marcare la distanza dal centrosinistra passato (più o meno prossimo). Che aveva costruito vittorie e sconfitte sulla figura del Cavaliere. Sull’Antiberlusconismo. Fino a divenirne gregario.

Per cui Veltroni prosegue, senza esitazioni, questa campagna elettorale “irenica”, come l’ha definita, con un po’ d’ironia, Giovanni Sartori (sul Corriere della Sera). Toni bassi, rinuncia a temi dominanti e laceranti, pluralità tematica. Berlusconi trasformato nel “Cavaliere inesistente”. L’Innominato. In questo modo, il leader del Pd, dopo aver eroso (secondo i sondaggi) la base della Sinistra, si rivolge agli elettori moderati. In altri termini: approfittando degli attacchi lanciati da Berlusconi contro l’UdC, in nome del “voto utile”, cerca di spingere gli elettori di centro verso il Pd.

In questo modo, però, alimenta la tentazione astensionista, nella sua base. Delusa dall’esperienza di governo, ma anche da una campagna elettorale sottotraccia.

L’esito delle elezioni, domenica prossima, dipenderà, in misura significativa, dal “voto di chi non vota”. Il risultato del Pd, in particolare, pare destinato a migliorare quanto più il livello di partecipazione elettorale crescerà, avvicinandosi all’84% raggiunto due anni fa.

Da ciò, un duplice quesito.
1) A Walter Veltroni: se sia possibile dissipare l’incertezza e la voglia di astensione, diffuse nella sua base, senza deviare, nemmeno per sbaglio, il suo viaggio su Arcore. Senza sfidare apertamente il Cavaliere. Come in ogni battaglia – o, se si preferisce, competizione – elettorale che si rispetti.

2) Agli elettori tentati dall’astensione attiva. Ai “vaffa”, ai “tradizionalisti” e ai “radical”. Se sia davvero inattuale il paradigma montanelliano, che invita a turarsi il naso e a votare il “meno peggio”. Per non contribuire, con il loro (non) voto consapevole, a consegnare il governo del Paese nelle mani dell’Innominato.

(6 aprile 2008)

Add comment Aprile 7, 2008

Il senato come quello di prima

da www.europaquotidiano.it
di PAOLO NATALE

Ultimo giorno di notizie elettoralmente sensibili. A quindici giorni dal voto, occorre fare il punto su quali siano gli attuali rapporti di forza tra le forze politiche in competizione, con uno sguardo “futuribile” a cosa accadrà poi realmente nel segreto dell’urna.
La formazione capitanata da Silvio Berlusconi potrà avere un vantaggio alla camera compreso tra il 2-3 per cento e l’8-9 per cento, rispetto a quella capitanata da Walter Veltroni. Sembra quindi che le chances per la coalizione del Pd di vincere nel primo ramo del parlamento siano scarse, a meno ovviamente di accadimenti talmente apocalittici da rimettere in discussione tendenze che paiono consolidate. Vediamo nel dettaglio i singoli partiti.
Il Pdl è stimabile tra i 38 e i 40 punti, segno che l’unione di Forza Italia e An e gli altri componenti confluiti nel nuovo partito ha fruttato un incremento di poco più di un punto, rispetto al risultato delle precedenti politiche del 2006: non molto, ma nemmeno poco, dato che in genere le confluenze determinano un lieve arretramento complessivo.
Il secondo partito della coalizione di centrodestra, la Lega nord sembra godere di un buon vantaggio competitivo.
Nel 2006 aveva il 4,6 per cento dei consensi, insieme all’Mpa, mentre oggi pare in crescita, considerando che si presenta unicamente nel centro-nord, raggiungendo probabilmente una quota tra il 5 ed il 6 per cento, con punte elevatissime nel lombardo-veneto. Le stime per la formazione di Lombardo sono piuttosto contraddittorie, ma dovrebbero permettergli di portare significative fascine (attorno allo 0,5%) alla coalizione di Berlusconi, principalmente in Sicilia ed in Calabria.
Il Pd gode di buona salute, soprattutto se confrontato con i magri risultati di Ds+Margherita del 2006, che non arrivavano al senato nemmeno alla soglia del 30 per cento. Ma anche nel confronto con l’Ulivo della camera, l’incremento appare notevole, tra i 3 e i 5 punti, in massima parte provenienti da altre forze della precedente coalizione dell’Unione.
La scarsa attuale affluenza da trafughi del centrodestra non gli permettono di compiere un balzo deciso in avanti: rimane molto probabilmente inevaso il tentativo di diventare il primo partito italiano. Anche la performance della lista Di Pietro sembra positiva, giungendo forse a raddoppiare il suo precedente elettorato e toccare quote superiori al 4 per cento.
A completare l’organico della coalizione di Veltroni, arriva dall’Alto Adige il supporto dell’Svp, il partito del popolo sudtirolese, tradizionale alleato del centrosinistra: una quota di voti simile a quella che potrebbe portare dall’altra parte il Mpa di Lombardo, intorno al mezzo punto percentuale a livello nazionale.
Le altre due forze intermedie, Sinistra Arcobaleno di Bertinotti e Udc di Casini, sono stimabili su percentuali simili, comprese tra il 5 e l’8 per cento, molto simili al risultato fatto registrare nelle precedenti elezioni del 2006. Per entrambi i raggruppamenti le speranze sono ovviamente di giungere a quote molto più elevate, magari sfondando il tetto del 10 per cento, ma non bisogna dimenticare che, con il costante appello al voto utile, era anche possibile uno svuotamento della loro riserva elettorale.
Nuocerà probabilmente agli Arcobaleno la compresenza sulla scheda elettorale delle due-tre formazioni che si presentano con il tradizionale simbolo comunista della falce-martello, in grado di drenare un buon numero di voti, vicino all’uno per cento, a scapito della formazione di Bertinotti.
La Destra della coppia Santanchè- Storace non gode di particolare appeal presso la popolazione elettorale: superare il 2 per cento, arrivando vicino al 3, sarebbe già un buon risultato, soprattutto se confrontato con il magro successo delle formazioni di estrema destra nelle precedenti elezioni.
I Socialisti di Boselli ristagnano attorno all’uno per cento di voti, meno della metà del vecchio raggruppamento della Rosa nel Pugno, dove erano presenti anche i radicali. Scarse le chances infine delle altre formazioni minori, con forse l’unica eccezione – oltre ai tre partiti comunisti – della lista Grillo, del cui risultato è quasi impossibile fare previsioni significative.
Ma se questo è il quadro della camera, tendenzialmente definibile con la vittoria di Berlusconi è, come ormai noto a tutti, il tema del risultato al senato quello che maggiormente rimane in bilico. Le più recenti stime parlano di un vantaggio, per la formazione del PdL-Lega-Mpa, compreso tra gli 8 e i 15 senatori, a seconda di quello che accadrà nelle 4-5 regioni critiche (Lazio, Liguria, Calabria, Sardegna e Abruzzo). Senza però contare i senatori a vita, in maggioranza più vicini al Pd. Il vero punto interrogativo sarà dunque questo: avremo quest’anno una riedizione, a parti invertite, del senato 2006?

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Italiani più poveri, operai verso destra

Italiani più poveri, operai verso destra
Repubblica — 21 marzo 2008 pagina 10 sezione: POLITICA INTERNA

Una società che si sente in affanno, e soffre di incertezza se guarda al futuro. Il sentimento di declino accompagna le prospettive non solo delle classi popolari, ma anche del ceto medio: per entrambe le componenti è cresciuta, in questa fase, la percezione di scivolare verso il basso, nella scala sociale. Si tratta di un clima di opinione diffuso, che inevitabilmente intreccia il dibattito pre-elettorale. E’ quanto emerge dai risultati della 17sima indagine dell’ Osservatorio sul capitale sociale, curata da Demos per Coop, che ha approfondito il tema delle classi sociali. Erano il 40%, nel 2006, gli italiani che ritenevano di appartenere al ceto popolare o alla classe operaia, oggi sono il 46%. Quanti si “sentono” ceto medio sono diminuiti dal 54 al 49%. Si è ulteriormente assottigliata anche la componente di chi si definisce ceto superiore, che comprende appena il 5% della popolazione.

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Add comment Marzo 21, 2008

Si apre la caccia agli indecisi/3

PDL IL VANTAGGIO SALE A OTTO PUNTI, MA GLI INDECISI SFIORANO IL 28% di Marco Cacciotto (www.ilsole24ore.com)

Nell’ultimo mese di campagna elettorale il focus della comunicazione dei candidati passerà gradualmente dalla mobilitazione della propria base elettorale al tentativo di convincere gli indecisi. In questo momento in tutte le rilevazioni la quota dei dichiaranti un partito si aggira tra il 60 e il 70%. Nell’Osservatorio Politico Nazionale condotto da Lorien Consulting è, in questo momento, del 65% con una quota di “non sa/non risponde” del 27,8%. All’interno di questo dato si celano i futuri non votanti, gli elettori che pur avendo un partito di riferimento potrebbero astenersi e i veri indecisi che non sanno quale partito votare.
Per una prima analisi degli indecisi possiamo prendere in considerazione quanti pur non dichiarando un partito non escludono di andare a votare (la percentuale scende al 25%). Qual’è il profilo socio demografico degli indecisi? Gli indecisi sono più donne che uomini, abitano in centri medio piccoli, sono giovani (18-34 anni) e nella fascia tra i 55 e i 64 anni, con un titolo di studio medio basso, nelle professioni impiegatizie, tra gli studenti e le casalinghe.
Per raggiungere questo target i candidati dovranno cambiare linguaggio e tipo di campagna: si tratta, infatti, di un target che segue in misura inferiore il dibattito politico, più sensibile a messaggi emotivi che razionali.
Si apre quindi una nuova partita. Ma da quali basi di partenza?
La rilevazione che prendiamo in esame stima al 13 marzo un distacco tra le due coalizioni principali di otto punti circa che sono il frutto di una crescita, negli ultimi dieci giorni, del Pdl a fronte di una stasi del PD.
Oltre alla crescita del Pdl (in parte a discapito dell’alleato Lega Nord), l’altro dato interessante è il trend negativo della Sinistra Arcobaleno che è attualmente al 7,3%. E’ sostanzialmente stabile l’Unione di Centro.
Visto il distacco possiamo considerare scontata la vittoria del Pdl? Come hanno insegnato le ultime due elezioni non si può mai dare per conclusa una sfida nella quale una percentuale così rilevante di elettori non si è ancora schierata. Se andiamo ad analizzare cosa hanno votato nel 2006 gli attuali indecisi, possiamo notare che sono in misura considerevolmente superiore tra quanti hanno votato centro sinistra e, in particolare, tra gli elettori dell’Ulivo e dell’Italia dei Valori. Questo rappresenta un’occasione di recupero per Veltroni, ma dovrà essere capace di trovare i messaggi giusti perché la campagna condotta fino a questo momento non è stata in grado di rimobilitarli.
Infine la quota più probabile di elettori indecisi che alla fine andranno a votare è stimabile tra il 12 e il 15%. Si tratta di una quota che andrà a ripartirsi tra i vari schieramenti e che è molto difficile possa permettere un sorpasso, ma potrebbe modificare gli equilibri al Senato dove la partita è regione per regione e il raggiungimento del quorum da parte di Sinistra Arcobaleno e l’Unione di Centro ridurrebbe il numero dei senatori di Pdl e PD.

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si apre la caccia agli indecisi/2

di Paolo Natale (da www.europaquotidiano.it)

Lo sappiamo ormai tutti che l`elettore italiano ha grosse resistenze a cambiare voto. E non solo quello italiano. Anche negli altri paesi la tendenza che si sta diffondendo tra i cittadini è proprio quella di riconfermare, nella stragrande maggioranza, le proprie precedenti affiliazioni. È capitato giusto domenica scorsa nelle politiche spagnole; rispetto alle precedenti elezioni, i movimenti di voto complessivo sono stati molto ridotti: Zapatero ha guadagnato un piccolo 1-2 per cento, sottraendolo alla sinistra più estrema, il Ppe qualcosa di più, gettonato dalle frange più moderate. Ma sostanzialmente gli elettori non hanno fatto che rivotare per la propria parte politica, senza particolari passaggi di voto.
È il fenomeno che ho battezzato ormai un decennio fa come “fedeltà leggera”: la politica non ci piace molto, non ci identifichiamo più – come una volta – con un certo partito, ma ciononostante quando andiamo a votare ribadiamo la nostra scelta a favore della stessa parte politica, della medesima coalizione. Se questo è vero nella maggior parte dei casi, come si fa allora a battere la parte avversaria? Tre sono le alternative possibili: attraverso un ampio sistema di alleanze, come nel caso delle politiche del 2006; sfruttando le differenti mobilitazioni al voto, come nel caso delle regionali del 2005; oppure cercando di convincere quella piccola ma significativa quota di elettori ancora più lontani dalla politica, che potrebbero votare per una o l`altra parte in maniera indifferenziata, sulla base di parole d`ordine forti, di appeal da parte del leader, di improvvise fiducie nei confronti di un soggetto politico che pare diverso dagli altri.

Ci è riuscito per la prima volta Berlusconi nel 1994, quando scese in politica utilizzando parole d`ordine che parevano (e forse erano) certamente diverse dalle solite, stantie e abitudinarie. E, per vincere, dovrebbe farlo anche Veltroni. Perché il degli italiani distacco attuale tra i due principali schieramenti non è altissimo (tra i 5 e gli 8 punti a seconda dei diversi sondaggi), ma è recuperabile solo riuscendo a diventare il punto di riferimento di quell`elettorato un po` tiepido, il cosiddetto “ventre molle” dei votanti che ha bisogno di stimoli forti, di sentirsi coinvolto in un`idea diversa del paese.

I potenziali elettori del Pd sono stimabili oggi in circa il 6-7 per cento della popolazione elettorale; sono coloro che guardano a quel partito come una possibile scelta di voto, ma non si sentono ancora del tutto convinti. Potrebbero andare da quella parte ma anche dall`altra, oppure ancora astenersi. Chi sono? E con quali temi è possibile convincerli? Prima di tutto sono elettori che paiono sensibili. all`appeal di Veltroni, lo reputano una persona degna di fiducia e gli affiderebbero il governo del paese senza particolari remore, grazie alla sua scelta di allontanarsi dalia sinistra radicale. Lo guardano con simpatia, ma ancora non sono convinti. Sono presenti in maggior misura tra le casalinghe e gli anziani, alcuni tra loro un pochino delusi dall`appoggio che negli scorsi anni avevano dato a Berlusconi, e che si aspettano novità che li coinvolgano, attendono qualcuno che parli anche a loro, ma non in “politichese”;

piuttosto con un linguaggio nuovo che dia loro fiducia sulle sorti future del paese.

Sono sensibili ai temi ambientalisti, spaventati per la crescente insicurezza, non particolarmente attaccati alle direttive della Chiesa, e riconoscono verità nelle parole di Beppe Grillo. Insomma, gente un po` così, con le idee non molto chiare, che però desidera che qualcuno le dia una mano per risolvere i suoi problemi quotidiani, in maniera pacifica. Le loro parole-chiave sono: uguaglianza, moderazione, pace sociale, modernità e benessere.

Per colmare il gap che ancora lo separa da Berlusconi, il leader del Pd deve parlare soprattutto a questi elettori e cercare di convincerli.

Altrimenti, sarà stata solamente una bella gara, ma senza possibilità di vittoria

Add comment Marzo 15, 2008

Si apre la caccia agli indecisi /1

Solo il 60% di chi votò Ulivo nel 2006 ha già scelto il Pd
di RENATO MANNHEIMER
Le più recenti distribuzioni delle intenzioni di voto in vista delle prossime elezioni vedono, rispetto alle scorse settimane, mutamenti lievi, il che è ovvio, poiché gli spostamenti di opinione sono sempre graduali nel tempo e riguardano ogni volta necessariamente una quota limitata di popolazione. Ma alcune differenze nell`entità del seguito dichiarato per i vari partiti appaiono per molti versi significative.

Anche gli ultimi dati confermano la già nota predominanza del Pdl, che sembra accrescere – seppur di pochissimo – il vantaggio già acquisito rispetto al consenso ottenuto dalla coalizione guidata da Veltroni. Que- st`ultima ha, come si sa, subito negli ultimi giorni una battuta d`arresto – non sappiamo se temporanea o definitiva – nella crescita manifestatasi da gennaio.

Secondo qualche rilevazione, il Pd parrebbe aver manifestato addirittura un lieve decremento. La distanza tra le due coalizioni principali si aggira oggi mediamente attorno agli 8 punti: si va da istituti che stimano una differenza del 6,5% ad altri che ipotizzano quasi il 1o%, ma spesso le variazioni dipendono dal margine di approssimazione statistico.

Tuttavia, i movimenti più interessanti registrati nell`ultimo periodo riguardano le piccole forze. Alcune mostrano incrementi piuttosto consistenti. Ad esempio, paiono in crescita le componenti collocate sulle estre- me dello scenario politico: la Sinistra l`Arcobaleno e La Destra.

Non a caso, tutti e due questi partiti hanno iniziato proprio in questi giorni una campagna più intensa, attraverso annunci sui media e affissioni. L`efficacia mostrata dalla comunicazione di queste forze politiche fa pensare che esista un segmento, sia pure quantitativamente limitato, di elettorato poco convinto dall`argomento dei «voto utile» e desideroso, piuttosto, di scegliere una forza politica dalle proposte nette, che lo rappresenti,senza mediazioni o compromessi.

In altre parole, la semplificazione dei quadro politico e l`eliminazione – o la perdita di importanza – delle forze minori si rivela ancora un obiettivo condiviso dalla maggioranza dell`elettorato, ma non da tutte le sue componenti. Alcuni preferiscono il mantenimento di una pluralità più ampia di partiti, che permetta l`espressione compiuta di tutte le posizioni.

Resta da dire che gli indecisi sono-ancora molti. Ne è una prova la percentuale di «conferme» per il voto ai diversi partiti da parte di chi li aveva scelti nel 2oo6. Il massimo valore riscontrabile riguarda Forza Italia, che vede quasi il 7o% dei propri votanti alle passate elezioni dichiarare l`intenzione di scegliere il Pdl. Ciò che significa però che il 30% è ancora indeciso o guarda altrove. Per altri partiti, la situazione è ancora più fluida: ad esempio, «solo» circa il 6o% dei votanti per l`Ulivo nel 2006 ha già riconfermato il proprio voto per il Pd. Gli altri aspettano l`evolversi della campagna elettorale.
Da “Il Corriere della Sera” di venerdì 14 marzo 2008

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